I ragazzi e il suicidio  «Sette casi in tre anni»
Ventiquattro minori sono stati portarti al Pronto soccorso di Lecco nel 2016 per rischio di suicidio

I ragazzi e il suicidio

«Sette casi in tre anni»

Al Manzoni nel 2016 29 minori a rischio: «I segnali ci sono sempre, ma non vogliamo vederli. Soffrono per il rapporto con l’immagine del corpo

In provincia di Lecco negli ultimi tre anni ci sono stati 7 suicidi di adolescenti (ragazzi con età inferiore ai 18 anni), uno dei tassi di mortalità autoinflitta più alti della Lombardia.

Questo è uno solo dei dati allarmanti emersi dalla serata svoltasi venerdì al Campus lecchese del Politecnico. Al centro dell’incontro, organizzato dall’Associazione Patrizia Funes Onlus, era il mondo degli adolescenti e la tentazione del suicidio. Coordinati dall’avvocato Marco Rossi, presidente dell’associazione, ne hanno parlato la dottoressa Marina Zabarella della struttura di Neuropsichiatria per l’infanzia e l’adolescenza dell’Ospedale Manzoni, ed il filosofo e psicoterapeuta Antonio Piotti. Un tema scomodo e delicato, che la nostra società tende a rimuovere.

«C’è un evidente rifiuto sociale ad occuparsi di una cosa così grande. – ha detto Piotti – Un ragazzo che vuole uccidersi è qualcosa di difficile da accettare per cui si preferisce non parlarne, evitando la questione ci sentiamo a posto ma questo non risolve il problema anzi lo complica».

La dottoressa Zabarella, in merito alla tentazione suicida degli adolescenti, ha parlato di “emergenza sanitaria” ed ha fornito dati relativi al nostro ospedale che lasciano stupiti: «Nel 2016 abbiamo seguito 272 minori di cui 29 con evidenti pensieri di morte volontaria; di questi 17 avevano in corso una chiara ideazione suicidaria, mentre 12 avevano tentato il suicidio. Gli accessi al Pronto Soccorso del nostro ospedale per un rischio suicidale sono stati 24 e di questi 19 sono stati ricoverati».

La dottoressa Zabarella ha spiegato come il ricovero sia molto importante perché non banalizza l’accaduto e offre un luogo sicuro a ragazzi che ne hanno bisogno: «Non è facile ammettere che dei ragazzi possano pensare al suicidio eppure il fenomeno esiste ed i segnali ci sono. Pensiamo ai tagli autoinflitti, che sono sempre più frequenti nei giovanissimi. Non è detto che tutti quelli che attuano questa pratica si suicidino ma sono segnali che devono creare allarme. Per questo occorre creare una rete sociale che colga questi segnali di morte per aiutare i ragazzi ad uscire da questa spirale».

Antonio Piotti ha poi approfondito le motivazioni che portano un ragazzo a suicidarsi: «Coloro che si sono suicidati l’avevano detto, i segnali c’erano, siamo noi che non abbiamo voluto vederli. Il suicidio difficilmente arriva in modo improvviso e per questo lo si può intercettare. Dobbiamo ribaltare la situazione e cominciare a parlarne».

Si deve andare alla radice di questo mal di vivere e cercare di capire cosa ci sia nella testa di un ragazzo che vuol morire: «Quello che fa soffrire oggi i ragazzi è il rapporto che hanno con l’immagine del proprio corpo. In età adolescenziale c’è sempre stata questa difficoltà ma ai nostri giorni tutto è più difficile perché viviamo nella società dell’immagine e non si tollera il fallimento. Allora i ragazzi che non reggono alla competizione sociale si nascondono; magari non uccidono il loro corpo ma lo feriscono, lo celano, smettono di nutrirlo. C’è molto lavoro da fare per far capire nel profondo ai nostri giovani che la vita è un dono prezioso, magari faticoso ma che non si può buttar via».


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