Chiuso, cinque anni fa la tragedia delle bimbe
La camera ardente per le tre sorelline allestita alla Casa sul Pozzo

Chiuso, cinque anni fa
la tragedia delle bimbe

9 marzo 2014 Il ricordo della morte di Sydni, Keisi e Simona Dobrushi, uccise dalla mamma Edlira Copa. Il dramma incanalato in un solco di rispetto e di umanità

«Nel cuore di ciascuno di noi quella storia ha ancora un posto». Sono cinque anni di dolore, ma anche, per usare le parole di padre Angelo Cupini, di semina feconda nel cuore di una comunità. Esattamente cinque anni fa, un’assolata domenica alla vigilia della primavera, il quartiere lecchese di Chiuso si era svegliato nel dramma più terribile della sua storia locale. Edlira Copa, allora 38enne, di origine albanese, aveva ucciso a coltellate le sue tre figlie, Sydni (3 anni), Keisi (10 anni) e Simona (13 anni).

Il piazzale della loro abitazione, proprio di fronte al sovrappasso della Lecco-Bergamo, era stato inizialmente invaso di pattuglie e forze dell’ordine, quindi di telecamere e giornalisti.

Sgomento e speranza

Chi ha vissuto quei primissimi istanti ricorda distintamente il volto terreo e provato persino di poliziotti e carabinieri con esperienza di lungo corso.

Ricorda la comunità di Chiuso raggiunta dalla notizia proprio durante le ritualità domenicali: il risveglio, la messa, il pranzo.

Cinque anni dopo, Edlira è ricoverata in un ospedale psichitrico, mentre papà Bashkim Dobrushi ha ottenuto cittadinanza italiana e ha avuto un figlio con la nuova compagna.

Ciononostante, questa vicenda non è stata dimenticata, né al contrario è divenuta oggetto di bassa emotività. Un piccolo miracolo pare essere stato germinato da quel mattino di sangue, qualcosa che lo stesso cardinale Angelo Scola aveva ravvisato qualche settimana dopo.

Tra chi si è dato più di tutti da fare per non lasciare quella storia «come carne in pasto ai cani», dice lui stesso, è padre Angelo Cupini.

«Stavo recandomi a celebrare la messa a Malgrate, quella mattina. Fu il sindaco di Lecco ad avvisarmi che era successa a Chiuso una cosa dura e brutta. Ho vissuto con questo peso l’eucaristia e sono poi subito andato sul posto. Era ancora tutto molto nebuloso – prosegue il fondatore della Comunità di via Gaggio - non era chiaro cosa fosse accaduto. Cionostante abbiamo subito compreso che il nostro compito fosse quello di ridurre l’aggressività con cui i media nazionali stavano già iniziando a relazionarsi all’accaduto. Abbiamo fatto da tramite, abbiamo rifiutato la visione semplicistica di un quartiere degradato, di una donna isolata e messa in disparte, ci siamo lasciati guidare da ciò che lo spirito dettava in ciascuno di noi».

Un impegno che ha letteralmente mutato verso a quel dramma. Lo ha incanalato dentro un solco di rispetto e di umanità, dai bambini agli adulti. «Cinque anni – riflette ancora padre Cupini – è come se si trattasse di un seme. Si pone sotto terra e se lasciato a sé stesso comunque produce qualcosa. Non ce ne siamo dimenticati, non lo abbiamo riposto nel deposito dell’accaduto e del chiuso. Nel cuore di ciascuno di noi quella storia ha ancora un posto. La vita è andata avanti, la mamma parla, il papà ha avuto un altro bambino. Il nostro compito non è di custodire questa cosa come un ricordo, ma come un elemento vitale, un volto quotidiano e famigliare di fronte a cui non si fa chiasso incontrandolo».

Silenzio e tenerezza

«Quella mattina stavo accompagnando mia figlia al lavoro, a Lecco, quando è suonato il telefono». Anche Virginio Brivio ha ancora un nitido ricordo distinto di quel tragico giorno. «Mi ha avvisato il prefetto – prosegue – e ho quindi raggiunto il luogo. In quelle prime ore ricordo la ricerca del genitore che non si sapeva bene dove fosse, ricordo gli sforzi di mettersi in contatto con la comunità albanese e il prezioso aiuto di padre Angelo. La preoccupazione era quella che il tutto sfociasse in sentimenti di rancore e di vendetta, che le dinamiche pericolose delle tensioni familiari e sociali avessero la meglio».

Invece, come detto, quei primi giorni sono stati giorni di silenzio e tenerezza, dalle poche parole con cui prendere per mano i piccoli compagni di scuola, al rispetto assoluto di quella folla commossa all’arrivo dei carri funebri. «Anche il cardinale Scola ricordò quello straordinario esempio di comunità – conclude Brivio -. Se è stato il momento di cui sono stato più orgoglioso della mia città? Sì, assolutamente».


© RIPRODUZIONE RISERVATA