«A casa di chi sta male  Diamo cure e speranza»
Guido Rolle è uno dei medici che hanno risposto alla richiesta dell’Ats

«A casa di chi sta male

Diamo cure e speranza»

Prima linea Guido Rolle fa parte delle unità domiciliari. «È una patologia che interessa tutto l’organismo»

Tre o quattro volte a settimana esce di casa salutando a distanza la moglie e i due figli e trascorre le successive sei ore visitando persone potenzialmente affette da coronavirus, per sostenerle e impostare terapie in base a quanto finora noto. Guido Rolle, medico di continuità assistenziale specialista in psicoterapia, è uno dei camici bianchi che hanno risposto alla richiesta dell’Ats per l’attivazione delle Usca, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale. Cure domiciliari, finalmente, ai cittadini con sintomi riferibili al Covid-19.

I medici sono al momento una decina, ciascuno dei quali per le visite ha in dotazione un’auto aziendale, oltre ai necessari dispositivi di sicurezza. Coprono l’intero territorio provinciale, quindi riescono a visitare fino a 6/7 pazienti per turno (di sei ore). Anche perché quando è necessario il ricovero restano ad attendere l’arrivo dell’ambulanza.

«Usca è un servizio che sta funzionando bene. Siamo un gruppo di medici che ha deciso volontariamente di aderire alla proposta dell’Ats. L’età media è di 30 anni; io ne ho 42, sono il più vecchio. È un’attività che ti dà il polso della situazione dei contagi sul territorio. In base alle segnalazioni del medico di base del paziente potenzialmente infetto, si predispone una visita a domicilio. Noi abbiamo tutte le dotazioni adeguate per farlo in sicurezza, quindi si visita la persona e si accerta la condizione clinica. E si conferma o meno il probabile Covid. Cosa che avviene in quasi tutti i casi, perché le segnalazioni sono quasi sempre opportune. A quel punto, sempre assieme al medico curante, si propone una terapia basata sulle conoscenze di cui disponiamo adesso, oppure il ricovero»

Che cure potete dare?

«Si cerca di impostare una terapia con i farmaci che sembrano aver dato risultati preliminari di efficacia in base all’esperienza di queste settimane di pandemia. Ma le casistiche sono scarse e i protocolli diversi a seconda degli organismi a cui ci si riferisce. Del resto, malattia e condizione clinica sono nuove e anche la ricerca è solo all’inizio».

Gli studi hanno comunque già iniziato a dare indicazioni significative.

«Sembra emergere in modo sempre più chiaro che non si tratta tanto di una malattia respiratoria o di una polmonite, ma di una patologia sistemica che interessa tutto l’organismo. Si ha una esagerata risposta infiammatoria all’invasione del virus e questo sembra provocare una malattia vascolare a tutti i livelli. I problemi al sistema respiratorio sono uno degli effetti più eclatanti dal punto di vista clinico, ma ci sono quelli ai nervi cranici che colpiscono gusto e olfatto, quelli all’apparato osteomuscolare che provocano stanchezza e dolori, quelli all’apparato gastrointestinale. Si sono riscontrati anche casi di eritemi ed esantemi. L’apparato respiratorio è semplicemente il sistema mediamente più colpito».

La reazione soggettiva è causata dalle caratteristiche dell’individuo.

«Ci sono tante componenti: l’età, le condizioni del sistema immunitario, la presenza di altre patologie. Alcune condizioni, specie se copresenti, sembrano favorire il peggioramento del quadro clinico: cardiopatie, ipertensione, diabete, essere sovrappeso e fumatori, avere difese immunitarie basse».

Ci sono però anche altri aspetti, come quelli psicologici e non solo, da tenere in considerazione.

«L’aspetto psicosociale non va sottovalutato. L’attenzione principale va alla parte medica, ma in queste settimane mi è servita molto anche la formazione psicologica, cui si riferisce una larga parte dell’intervento. Le persone sono in condizioni di isolamento e vivono fortissime situazioni di ansia e preoccupazione, tanto più se hanno sintomi. Quindi è cruciale essere sensibili anche a questo aspetto».

Quando la giornata finisce, però, le cautele non cessano. Anzi, si rinforzano, visto che a casa lo aspettano la moglie e i due figli.

«Quando arrivo a casa mi dirigo verso la parte di appartamento che abbiamo dedicato al mio isolamento: una camera e un bagno, areati 24 ore al giorno. Mia moglie e i miei due bambini li saluto da lontano e quando dobbiamo parlare lo facciamo a distanza e con le mascherine. Dobbiamo evitare ogni tipo di condivisione: mi lasciano le vivande su un comodino vicino alla camera; io poi lavo le mie stoviglie in bagno e bevo dalla borraccia».

Disagi e distacco non da poco, dettati dalla passione per il lavoro.

«Volevo contribuire in modo ancora più attivo alla crisi sanitaria in atto, dando una mano a tutti i colleghi in prima linea. I rischi li conosciamo bene e un minimo di preoccupazione c’è. Ma abbiamo tutte le protezioni che servono, quindi siamo tranquilli».

Staccare, in questa condizione, è fondamentale. E anche il dottor Rolle, batterista nel gruppo rock “80Roba!” ci riesce, di tanto in tanto. «In garage ho la mia batteria: quando riesco, mi sfogo su cassa rullante e charleston».


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