Il sindaco cede, residenza ai profughi  «Ho resistito è vero, ma è un atto dovuto»
La protesta dei migranti del 12 gennaio che chiedevano la residenza

Il sindaco cede, residenza ai profughi

«Ho resistito è vero, ma è un atto dovuto»

Esino Dopo la manifestazione del 12 gennaio il primo cittadino aveva condannato l’azione

Ora costretto a rilasciare i documenti ai migranti. La minoranza: «Chieda scusa ai gestori»

«Il rilascio della residenza è un atto dovuto», con queste parole il sindaco esinese Pietro Pensa si “arrende” alla richieste fatte dai migranti ospiti della “Montanina”.

È il sunto del chiarimento fornito al consiglio comunale a seguito della marcia di protesta del 12 gennaio e che nei prossimi giorni verrà comunicato alla popolazione.

Pensa ha ricordato che nei tre anni di presenza «non ci sono mai stati attriti», anzi ci sono stati momenti in cui «i migranti si sono integrati molto bene», rendendosi utili anche con qualche lavoretto per la comunità.

«Abbiamo ricevuto più volte richieste di residenza e carta d’identità. Abbiamo cercato di buttare il là l’ostacolo perché la legge era estremamente penalizzante per un paese come il nostro», ha detto Pensa.

Il problema era il rischio di avere un centinaio di persone con la residenza che poi potevano sparire ed innescavano un lungo processo per la loro cancellazione per irreperibilità oppure di ritrovarsi con una fila di persone che chiedevano poi aiuto al Comune.

La legge Minniti ha semplificato le cose: «Nel momento in cui una persona non è più in paese, può essere immediatamente cancellata. Il rischio che si paventava, non esiste più. - ha assicurato Pensa – La manifestazione del 12 gennaio è stata comunque sbagliata. C’è stato un gran polverone per avere ciò che deve essere dato. Ora si tratta di dedicare del tempo ad una attività che dobbiamo fare. Siamo obbligati a rispettare le leggi, ad ottemperare pur nei modi e nei tempi che la nostra macchina amministrativa sotto organico consente.. Ammetto di avere fatto opposizione, muro di gomma. Non potevamo permetterci di rischiare di assistere poi chi aveva bisogno».

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