Manzoni e Allende   due maestri di vita
Luis Sepúlveda mentre riceve a Lecco il Premio Manzoni alla Carriera con questa motivazione: «Per aver saputo coniugare letteratura e impegno civile, vivendo e raccontando formidabili passioni, nella certezza che sarà sempre e soltanto l’immaginazione a cambiare il mondo»

Manzoni e Allende

due maestri di vita

Sepúlveda: «Il professore del mio liceo a Santiago arrivò con “I promessi sposi” e ci disse: ragazzi, con questo libro è iniziata la letteratura europea moderna»

«Con questo premio tra le mani penso al mio vecchio professore di letteratura, al liceo di Santiago, un uomo che si emozionava tantissimo con la lettura. Un giorno arrivò con un romanzo di Manzoni, “Los novios”, i Promessi Sposi, e ci disse: “Con questo libro comincia la modernità della letteratura italiana, di quella europea e di parte della letteratura universale”. Ora quel mio professore non c’è più, ma se da lassù può vedermi sarà certo contento di sapere che molti anni dopo un suo allievo ha ricevuto in Italia il Premio Alessandro Manzoni».

È una gran bella persona, Luis Sepúlveda. Una persona, non un personaggio. Che né il carcere né la tortura né l’esilio sono riusciti a cambiare, ad indurire. Chiacchiera di Don Lisander, di letteratura e di politica, di formidabili passioni prima vissute e poi raccontate. Un “hombre vertical”, che staresti ad ascoltare per ore, incantato dal suo italiano contaminato da quello spagnolo dolce delle genti dell’America Latina.

Cosa c’è di così attuale nell’opera di Manzoni?

Penso ai Promessi Sposi: questo romanzo comincia con una dichiarazione di principio, di come deve essere la letteratura, o almeno di come io sento la letteratura. In questa pagina, Manzoni parla del fatto che la storia è una sorta di guerra con il tempo, perché dimentica cose che sono importanti, e recupera cose che sono superficialmente importanti, come le battaglie famose o gli intrighi della politica. Invece lui dichiara che sta per scrivere da un altro punto di vista, quello della gente umile. E questa è una rottura decisiva: ritengo che se oggi abbiamo una letteratura libera di rappresentare tutto è anche grazie ad un uomo come Manzoni, che ha avuto il merito di rompere con la tradizione, di compiere il salto alla modernità.

Nel libro “L’avventurosa storia dell’uzbeko muto”, uscito pochi mesi fa in Italia, riprende la storia di una generazione, la sua, che è stata forse l’ultima che ha avuto il privilegio di «poter essere giovane senza chiedere il permesso». Pensavate, racconta lei, ad «una rivoluzione cilena più vicina a John Lennon che a Lenin». Ma quel vostro sogno, quella vostra voglia di cambiare ve li hanno fatti pagare con il carcere, con la tortura, con la morte, con l’esilio.

Quarantadue anni dopo il golpe di Pinochet, l’11 settembre 1973, come guarda a quei giorni, a quell’esperienza?

La guardo con un amore profondo, perché ho avuto la fortuna di vivere quell’epoca e quella storia. Ero un giovane di diciannove anni che aveva finito la Scuola di Teatro dell’Università del Cile, che aveva un brillante titolo di direttore di teatro. Il mio sogno era di lavorare nel teatro, volevo fare un viaggio in Europa, salutare il mio amato maestro Dario Fo e andare al Piccolo, a Milano, per dare la mano a Giorgio Strehler. Era il mio sogno, che ho realizzato dopo, da adulto. Un giorno, al Comitato Centrale del mio partito, il Partito socialista cileno, mi si avvicina un compagno e mi dice che ero stato selezionato per entrare nella guardia di sicurezza personale del presidente Allende. Ero parte di un gruppo, quasi tutto di studenti, fra i diciotto e i ventitré anni, un corpo di gente giovane, perché il presidente Allende amava il contatto con i giovani. Il più grande onore che ho avuto nella mia vita è stato essere insieme a quest’uomo formidabile, dotato di una carica umana enorme, di un senso dello humor molto particolare. Lo si considera un martire, ma il desiderio di Allende, del compagno presidente Salvador Allende, era quello di essere ricordato come un uomo giusto. Noi eravamo un gruppo di ragazzi, e avevamo deciso di offrire la nostra vita per la protezione di quest’uomo straordinario. Di questo corpo, fatto di novantasei persone, è morta la maggioranza. Anche del gruppo di sedici compagni, che lo accompagnavano l’11 settembre 1973, quando tutto l’esercito aveva circondato il Palazzo della Moneda, sono sopravvissuti solo in due. Però guardo a questo periodo con un amore enorme: se penso a tutto quanto è successo dopo, il dolore rimane e, certamente, rimane anche il desiderio di giustizia, ma è più forte l’amore profondo verso tutti i compagni di quel tempo. È stato il tempo di essere giovani in una maniera libera. Senza chiedere il permesso.

Con Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, lei ha scritto “Un’idea di felicità”, una sorta di dialogo a distanza. E, tra le tante storie che racconta, una riguarda il suo tavolo da lavoro, un tavolo da lavoro molto speciale.

Quando abitavo ad Amburgo, in esilio, nel mio quartiere c’era una piccola panetteria, dove lavorava un uomo già vecchio che si chiamava Hans. Io lavoravo in un giornale tedesco, e spesso avevo il turno di notte. Quando finivo, l’unico negozio aperto era la panetteria del vecchio Hans, che già alle sei della mattina mostrava questo miracolo di tutti i giorni: il pane, e questo aroma, che per me è sempre stato il più importante del mondo, allegoria della vita che comincia ancora una volta. Un giorno, il vecchio Hans ha annunciato a tutto il gruppo di amici che lasciava il lavoro perché aveva un’artrite, malattia tipica dei panettieri, di tutto quel lavorare tra acqua, farina e fuoco. Dopo più di cinquant’anni di lavoro, ha fatto una festa nella sua panetteria: e tutto il quartiere è arrivato a mangiare l’ultimo pane per dire grazie a questo vecchio fornaio. Alla fine della festa, Hans ha detto che se qualcuno avesse voluto prendere qualcosa, avrebbe potuto farlo. Io guardavo il tavolo dove lavorava, dove faceva il pane con le sue mani, e gli ho chiesto se potevo prenderlo per me. Hans ha acconsentito, ed io gli ho raccomandato di lasciarlo così, senza pulirlo, e l’ho portato a casa ad Amburgo. E mi ha accompagnato, dopo, a Parigi, e anche dove abito ora in Spagna. Io lavoro sul tavolo che ha sempre l’aroma del pane che faceva Hans: sento sempre che per me è un impegno enorme, un onore. Sento che tutto quello che scrivo su questo tavolo deve avere lo stesso aroma del pane che faceva il mio amico panettiere di Amburgo, mi impegno a donare la stessa allegria. Il mio tavolo da lavoro fa parte della mia vita e, per me, dà la stessa sensazione di star lavorando su qualcosa che vive, perché non c’è nessun’altra cosa al mondo che ha la vita che ha il pane.

Carlo Petrini l’ha definita “novello Esopo”: nelle sue fiabe, gli animali ci sono sempre e mandano messaggi importanti. Non sono fiabe per bambini, sono “anche” fiabe per bambini.

La mia letteratura è parte dai valori in cui io credo: uso le metafore della favola, l’umanizzazione degli animali per gridare al mondo che la vita è bella, se rispettiamo i valori che abbiamo e che ci sono sempre, come la solidarietà, la fedeltà, l’amicizia, il senso di giustizia sociale, il rispetto del diverso. Questi sono i valori che umanizzano l’umanità. Quando scrivo queste cose, penso che la mia letteratura, apparentemente solo per bambini, abbia un lettore che va dagli otto agli ottantotto anni.

Parliamo proprio di questo ultimo libro, “Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà”: è una storia che parte da un racconto dei mapuche, la gente della terra. È tornato alle origini del suo Cile.

Avevo un debito d’onore, raccontare una storia di questa parte del mondo dove abitano i mapuche, la “gente della terra”. Per la mia parte materna, sono per un quarto mapuche. È un popolo molto speciale perché è l’unico che ha affrontato il conquistatore spagnolo nel Cinquecento, ha vinto la guerra e ha stipulato un trattato di pace che entrambe le parti hanno rispettato per tre secoli. Ma dopo l’indipendenza del Cile, si è formata un’oligarchia, ed è arrivata un’intensissima emigrazione europea che, con il permesso dello Stato, ha occupato gran parte del territorio che era dei mapuche. È, tuttavia, un popolo molto forte, che si è organizzato bene, per il quale la difesa del proprio territorio, il recupero della propria terra è vitale per svilupparsi e per vivere. I mapuche hanno un grande senso della vita armonica verso la Natura: ricordo un fratello del mio nonno paterno il quale, prima di tagliare il pane per la colazione, ringraziava il grande spirito della Terra e il contadino che l’aveva resa fertile e tutto il mondo che partecipava al miracolo del pane. Questa storia è nata quando, cinque anni fa, stavo visitando una comunità mapuche. In un angolo c’era un bambino tristissimo. Gli si è avvicinata una signora che conosce la medicina naturale e i segreti del bosco, chiedendogli il perché della sua tristezza. Il bambino le ha risposto che era perché aveva perso il suo cane, che qualcuno glielo aveva rubato, perché non sarebbe mai potuto andare via da solo. La donna gli ha detto di stare tranquillo, che il suo cane sarebbe ritornato, perché i cani hanno un grande senso della fedeltà. La storia mi è piaciuta, mi sono detto che era un bellissimo tema da raccontare.

È, ancora una volta, un inno alla diversità: un cucciolo di cane che viene accudito da un giaguaro.

Ho sempre detto che la diversità è il miracolo più grande di tutta l’esistenza: noi siamo vivi perché il mondo è diverso. Il problema è che la gente si ostina a non riconoscere la diversità e la sua importanza. Con il mio lavoro ho sempre cercato di essere sempre un grande difensore della diversità, perché, senza, semplicemente è impossibile esistere. Credo che la vita, in sé, sia un enorme omaggio alla diversità.

Nei suoi anni con Greenpeace lei ha difeso anche animali di taglia un po’ più grande: com’è l’incontro ravvicinato con una balena?

Fantastico. Ricordo che ho cominciato a collaborare con loro nel 1982, in una maniera molto casuale. Nel porto di Amburgo, c’era una nave di Greenpeace, il Sirius. Ho parlato con il capitano neozelandese, straordinario, che mi ha chiesto che cosa sapessi fare. Gli ho risposto che ero scrittore e giornalista (abilità non molto utili nel mare!), ma che sapevo cucinare. E mi ha preso come cuoco. Al secondo viaggio, ho lavorato al timone di una barca, e nel 1984 ho partecipato ad un’azione nel mare, non lontano da Terranova, in Canada, che consisteva nell’avvicinarsi alle balene per inserire un sensore per vedere gli spostamenti migratori. Non immaginavo come ci si avvicinasse ad una balena: una biologa marina ha scoperto che c’era una somiglianza tra la chiamata della balena e diverse note musicali, e ha fabbricato uno strumento, con una placchetta di metallo che si girava e che riproduceva la nota della chiamata della balena. Siamo andati ad una profondità non superiore a due metri con questo strumento, e hanno cominciato ad arrivare diverse balene. La prova più grande era nuotare fino ad arrivare di fronte all’occhio della balena e lasciare che ti osservasse attentamente per lungo tempo: quando faceva un gesto, ciò significava che era possibile avvicinarsi. È stata una sensazione straordinaria pensare al mitico Leviatano, il gigante dei mari, e scoprire che è un mammifero acquatico enorme, di un’intelligenza misteriosa. Sono animali con un grande senso della difesa del più debole del gruppo, e anche con un enorme socialità. Ho sempre un talismano che raffigura una balena, ed è una cosa che porto veramente con orgoglio. Nell’anno 1984, ho partecipato una delle azioni più importanti, che consisteva nel bloccare il porto di Yokohama per impedire la partenza della flotta baleniera giapponese. Siamo stati due mesi nel mare gelido, a combattere contro le baleniere giapponesi che ci lanciavano acqua fredda e spazzatura, e abbiamo ottenuto la prima moratoria mondiale contro la caccia delle balene. Ai veterani di allora, Greenpeace diede una piccola balena d’argento, un buon talismano, che mi accompagna sempre. La porto al collo.

Grazie Sepúlveda. Prima di terminare, volevo chiederle se ha già letto il Don Chisciotte ai suoi nipoti, come le insegnò quel suo nonno anarchico venuto dall’Andalusia.

Aspetto di farlo, non ne ho ancora avuto l’opportunità, perché noi siamo una grande famiglia, ho sei figli, tutti adulti, e i bimbi abitano con i genitori sparsi un po’ per il mondo, nei luoghi del nostro esilio. Arriverà, però, il giorno in cui prenderò i miei nipoti, non tutti, ma, forse, uno o due, gli dirò di sedersi, e gli racconterò una storia, come il mio nonno paterno fece con me. Un regalo straordinario, meraviglioso. Il don Quijote de la Mancha.


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