Laura Curino al Sociale  “A Lecco sono a casa”

Laura Curino al Sociale

“A Lecco sono a casa”

Lecco

«Per me Lecco è casa. Ha avuto fiducia in me agli inizi e il suo teatro mi ha accompagnato per tutta la mia carriera. È per questo che ci tengo a portare i miei spettacoli nella loro forma migliore. E ci vuole tempo per prepararli, e tempo per aggiustare, limare, trovare i ritmi narrativi esatti.»

Chi parla è Laura Curino. E chi ha consuetudine con la programmazione del Sociale la conosce molto bene. Dai tempi di Laboratorio Teatro Settimo, che ha fondato con Gabriele Vacis e altri giovani che si sono ritrovati nella cintura torinese a sognare mondi migliori, fino ai suoi spettacoli di narrazione come quelli molto conosciuti sull’epopea degli Olivetti, sull’Italia della ricostruzione e del sogno, e sull’Italia che quel sogno ha consumato.

Questa sera alle 21 il suo nuovo spettacolo apre “Altri percorsi”, la rassegna teatrale del Comune di Lecco e del Teatro della Società dedicata alle nuove drammaturgie. “La Diva della Scala”, storia di una vocazione, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Curino, è una “lezione spettacolo” e viene presentato in anteprima.

Gli organizzatori hanno dovuto insistere per avere lo spettacolo in cartellone.

Solo un poco. È perché “La Diva della Scala” è ancora uno spettacolo in fieri. E io a Lecco tengo molto, al teatro e al suo pubblico. Intendiamoci, ci sono le luci, la musica, il testo. È finito, soltanto che non è ancora nella forma definitiva. Siamo, dico io, alla fase del leggio. Significa che non è ancora arrivato al momento in cui lo spettacolo scorre a memoria come un flusso ininterrotto. In mezzo ci sono i piccoli aggiustamenti che diventano necessari, prova dopo prova, sentendo le reazioni del pubblico e ascoltando i suggerimenti.

È il rodaggio necessario per ogni spettacolo. In particolare per una polifonia in forma di monologo come questo.

Succede sempre così?

Si. Prendiamo il primo spettacolo su Olivetti. Dopo un paio di anni di ricerche ho cominciato a recitarlo, con il leggio e a mezzanotte, in coda ad altri spettacoli, ad un festival, davanti a poche persone. È così che piano piano ha preso forma. E quando era pronto, ho deciso di lasciare il leggio, che adesso ospita il libro e non i fogli, come un elemento scenografico.

Come nasce lo spettacolo di questa sera?

Ogni volta che io e il mio tecnico, Alessandro Vigatti, partiamo per fare teatro, lui ripete come un mantra una frase: “Ingrana la marcia e via verso nuove avventure”. L’avventura è quella di fare teatro. E ogni volta ci diciamo che sarebbe bello raccontarla la storia di chi comincia a fare teatro, di chi comincia la sua avventura sul palcoscenico. Anche se i teatri sono miracolosamente pieni, soprattutto i giovani non sanno cosa significa la vocazione e come la si asseconda, che c’è dietro le quinte. Succede che a San Sepolcro, città di Piero della Francesca, restaurano un piccolo teatro e ci chiedono di fermarci 10 giorni, ospiti, e di fare uno spettacolo in cambio dell’ospitalità.

E di cosa parla?

C’è un gruppo di ragazzini che invece di giocare a calcio si incontrano per fare teatro, per seguire una passione e farne un mestiere.

La interrompo, mi sembra molto autobiografico.

Si, lo zoccolo duro è decisamente autobiografico. Non può essere diversamente, in ogni testo scritto. Ma poi ci sono le storie ascoltate girando in più di mille teatri, ci sono i caratteri appresi sui testi, le cose che si apprendono vivendo.

Voi attori avete inoltre il privilegio di vivere molte vite.

Il privilegio di usare parole molto alte per raccontarle. Shakespeare per dirne uno. La realtà letta attraverso le parole del Bardo. Cambia la prospettiva.

Dopo gli anni delle ricostruzione e del boom, con la Diva in che periodo siano della nostra Storia?

Siamo negli anni Settanta, gli anni di piombo. È proprio in quel contesto che si trovano a fare teatro i ragazzi di prima. Loro non riescono mai ad andare al cinema perché trovano sempre posti di blocco. Stanno in periferia e si muovono in gruppo. Ed è per questo che cominciano a fare teatro.

E il titolo ha qualche significato nascosto?

È ambiguo, ma lascerei un po’ di mistero. Vorrei soltanto aggiungere che i ragazzi della nostra storia si divertono, rispondono con la passione e la gioia di fare alla cupezza del periodo. Attraverso la loro esperienza ho la pretesa di essere anche didascalica, di istruire i giovani di oggi che vorrebbero cominciare con il teatro. Dire loro che è necessario osare.


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