Il Villaggio Morelli, rifugio di straordinarie opere d’arte
Cantiere per la realizzazione del Villaggio di Sondalo, il conflitto mondiale ne aveva impedito l’apertura

Il Villaggio Morelli, rifugio di straordinarie opere d’arte

Sondalo, prima di entrare in funzione ospitò numerosi capolavori che furono messi in salvo nel corso della Seconda guerra mondiale.

Il film, prodotto e diretto da George Clooney nel 2014, ha portato alla ribalta la figura dei “Monuments men”, la task force militare organizzata dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale - composta inizialmente da ufficiali dell’esercito americano e britannico ai quali si aggiunsero studiosi d’arte e anche direttori di musei - per proteggere i beni culturali e le opere d’arte nelle zone di guerra. Ebbene quello che successe in Valtellina non si discosta molto da quanto accaduto nel resto dell’Italia e dell’Europa. Ma ha un che davvero di curioso: al Villaggio Morelli, prima che funzionasse come l’ospedale che noi tutti conosciamo, furono ricoverate opere d’arte di pittori come il Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo.

«Quanto accaduto ha della spy-story - avverte la fondatrice e direttrice del museo, la geofilosofa Luisa Bonesio -, visto che il salvataggio è avvenuto quando il Villaggio era occupato dai tedeschi. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio Luigi Ferrari, fu organizzato il trasferimento segreto di alcune importanti opere d’arte al Villaggio che era stato appena terminato, anche se la guerra ne aveva impedito l’apertura. Si ipotizza che furono ricoverate nel sesto o settimo padiglione che erano vuoti. Informazioni, queste, che abbiamo raccolto dall’archivio di Ferrari che gli eredi ci hanno permesso di consultare, in particolare lo scambio di lettere fra Ferrari e i soprintendenti di Milano il cui ruolo fu decisivo».

Ma come sono arrivate le opere d’arte – stiamo parlando di qualche centinaio di opere pittoriche, ma anche di mobili d’epoca od oggetti egizi - in Valtellina senza essere scoperte? Anche questo aspetto è davvero interessante. «Il trasporto è avvenuto attraverso una serie di operazioni rocambolesche, in casse sigillate, numerate e inventariate - risponde Bonesio -. Si consideri che, allora, vigeva il divieto assoluto di transito sulle strade in particolare della Valtellina, tanto che lo stesso direttore Ferrari non poteva spostarsi in macchina e abbiamo trovato un permesso del maggiore tedesco per poter andare a Milano, che non si trova proprio dietro la porta, in bicicletta». L’escamotage fu questo: i quadri e le altre opere giunsero di nascosto, trasportati dentro a filocarri che percorrevano la strada per arrivare alle dighe di Cancano, allora in costruzione. Generalmente i filocarri trasportavano cemento, mentre in quell’occasione un bene più prezioso. La benzina era vietata, ma i filocarri di Aem usavano l’elettricità e, dunque, arrivarono a destinazione, quasi senza problemi. «Non abbiamo tracce scritte dei tedeschi, ma fa specie pensare che in una Valtellina immobilizzata, dove non circolava niente, si vedesse improvvisamente una sequenza di camion al Villaggio - prosegue -. Immagino che ciò non possa essere passato inosservato al maggiore tedesco e, dunque, può essere che il maggiore abbia visto, ma non abbia parlato, come ha ipotizzato Cecilia Ghibaudi in un suo intervento. Ebbene questo maggiore era in realtà, prima della guerra, un professore di storia dell’arte italiana che aveva vissuto molto in Italia studiando soprattutto l’arte toscana. Probabilmente l’ufficiale tedesco sapeva del movimento, ma tacque. Anzi c’è di più. L’allora direttore Ferrari, che aveva contatto con il maggiore, voleva creare qui una zona franca internazionale, ma poi le cose precipitarono e non si riuscì».

Come noto, durante la Seconda guerra mondiale, gli angloamericani distrussero il centro di Milano, per cui la pinacoteca di Brera ed il museo Poldi Pezzoli furono abbattuti, ma al termine della guerra, le opere – grazie all’inventario precisissimo – furono riportate, senza danni, nei rispettivi luoghi d’origine. Di questa vicenda si parlerà sabato 6 luglio, alle 19, nella sala conferenze del Museo dei sanatori di Sondalo dove interverrà Francesca Venturi, giornalista di Agi Milano, sul tema “Il Villaggio sanatoriale di Sondalo come rifugio di opere d’arte durante la guerra”. L’incontro rientra nel programma di eventi culturali estivi al complesso monumentale del Villaggio Morelli e di Pineta di Sortenna. Il Museo dei sanatori sarà aperto fino al 7 settembre ogni giovedì, venerdì e sabato dalle 14 alle 18. Negli stessi orari sarà possibile visitare anche la mostra fotografica personale di Giovanni Fenu “Spazio libero. Tra l’immagine dei flussi e l’immagine dei luoghi”.


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