Il paradosso del rap
Facce da duri ma tanta solidarietà

L’apparenza “ruvida” è soltanto una facciata: i rapper collaborano tra loro e non solo per i soldi

Forse non passeranno alla storia perché sono buoni e gentili. Il loro rap è duro, crudo, a volte cruento.

I testi delle loro canzoni sono al limite della legalità, e a volte anche la loro vita, almeno prima di avere successo.

I rapper non sono delle signorine. Sono sboccati, sfacciati, mai sdolcinati e quando non vanno d’accordo tra loro si sparano addosso di tutto nelle loro strofe. Sono più genere “Sporca dozzina”, se non fosse che sono sempre freschi di doccia, vivono dal parrucchiere e indossano solo capi firmati, sempre nuovi. Cantano di sesso, soldi, droga, alcol. Nessuno penserebbe a loro come a dei gentiluomini.

Eppure, nel profondo, lo sono molto più chi ha la facciata di persona per bene. Intanto tra loro si chiamano “bro”, fratelli. E poi fanno squadra, come i moschettieri. Sono leali, onesti, perfino educati. Dicono ancora grazie in un mondo in cui “grazie”, “prego”, “scusi”, le tre parole chiave dell’educazione, sembrano passate di moda. Poi si aiutano tra di loro con i featuring, che sono le partecipazioni di un artista nel lavoro di un altro. Uno fa la strofa all’altro, l’altro fa la strofa a lui.

Riconoscere il talento

Certo, è facile obiettare: per forza lo fanno per soldi. Bella scoperta: i rapper fanno tutto per soldi. Per soldi e perché così aumentano la loro visibilità conquistando anche il pubblico. Ma non è solo quello. È il fatto di riconoscere il talento altrui e di valorizzarlo. Qualcosa che può sembrare scontato e invece non lo è per niente, visto che in altre categorie non succede neanche per sbaglio, anzi succede proprio l’opposto. Chi fa troppa luce viene messo in un angolo, se no rischia di far sfigurare chi non brilla (un esempio lo racconta Ferruccio De Bortoli a pagina 295 del suo libro “Poteri forti”). I rapper, invece, si tengono vicino chi brilla cosi brillano di più anche loro. Sanno di essere forti e non temono chi è forte come loro. Anzi, lo coinvolgono. Così respirano nuovo talento, nuova linfa e nuova forza.

Ed è con questo meccanismo di collaborazione che hanno ribaltato il sistema dalla musica italiana. Ora sono loro la musica italiana e infatti dominano le classifiche. Domani esce “Sinatra”, il nuovo disco di Guè Pequeno,. «Sinatra era the Voice, io sono la voce del rap - ha detto Guè nelle prime interviste -, l’autocelebrazione fa parte del gioco». Come Sfera che si è nominato Rockstar e così lo è diventato. Sono due Re. E sono la prova di questo ragionamento.

«Dobbiamo parlare»

Guè ha capito il valore di Sfera quando lui non era ancora famoso. L’ha coinvolto nel suo album, ”Gentleman”, ed è uscito un successo mondiale come “Lamborghini”. Così Sfera ha conquistato una parte del pubblico che non lo conosceva. Poi è esploso. Ha aperto un etichetta, la Bhmg con il suo produttore prodigio, mago del suono, Charlie Charles. Il primo acquisto della scuderia è stato un ragazzino, Drefgold. Il secondo è stato Guè, il boss. “Sinatra” è il primo disco di Guè sotto l’etichetta di Sfera che è in un feats, “Borsello”, con Drefgold. «Il numero uno ora è lui, come potevo esserlo io vent’anni fa. Entrare nella sua etichetta è il giusto riconoscimento per lui e per me», ha detto Guè.

Guè Pequeno è il padre del rap, con Marracash e i Club Dogo. Ha 39 anni. I rapper che vanno di moda ora tra gli adolescenti hanno 21-25 anni. Guè è un maestro nello scovare e riconoscere nuovi talenti. E infatti Sfera se l’è trovato davanti quando ancora non era famoso. «Io e te dobbiamo parlare» . Poi Sfera è diventato il numero uno e ha chiamato Gué a lavorare con lui. Il cerchio si è chiuso. Guè ha portato pubblico a Sfera, Sfera a Gué e insieme sono diventati una super potenza. Ma in “Sinatra” non c’è solo Sfera. C’è Capo Plaza, giovane fuoriclasse come la sua canzone che macina milioni di visualizzazioni su you tube. C’è Marracash, un’altra leggenda, con il quale Guè aveva fatto un intero album, “Santeria”. Ci sono Noyz Narcos, e Luchè, altre pietre miliari del rap. Ma ci sono anche Elodie e El Micha (con cui aveva sfornato il tormentone “Milionario”). In un brano , “Oro” c’è un passaggio di Mango, un omaggio al cantante scomparso che è piaciuto anche alla sua famiglia. Ci sono insomma partecipazioni di tutti i tipi come un caledoscopio in cui Guè dà e prende luce da tutti.

In più i rapper si fanno pubblicità tra loro quando esce un album. Tanto il pubblico ha sempre bisogno di nuove canzoni, soprattutto adesso che i ragazzi ascoltano tutto via streaming sul telefono o sul pc. C’è spazio per tutti. Basta fare staffetta, che è quello che stanno facendo loro.

C’è molta più gentilezza, collaborazione e lealtà di quanto si possa immaginare. Qualcosa che va davvero oltre il denaro. È una questione di principio, un codice morale, uno spirito di collaborazione che li porta a spalleggiarsi o a difendersi tra di loro anche quando sono indifendibili.

Questione di rapporti

E questo non si vede tanto dai feats ma dagli amici che hanno in galera. Nella vita normale se uno sbaglia si ritrova solo. Se chi sbaglia è l’amico di un rapper, troverà ancora il suo amico quando esce di prigione. Per loro gli amici sono sacri. Ricorrono in tante canzoni. Ed è vero che sfoggiano collane grosse come catene e Rolex tempestati di diamanti ma sono molto più generosi con la gang di quelli che fanno i finti poveri.

I rapper sono un po’ come i Ragazzi della 56° strada o quelli di “Stand by me”, sbruffoni, un po’ bulli, scapestrati, ma con dei valori. Non fanno muro a chi arriva dal basso. I giovani che valgono non faticano a farsi aiutare. Ernia sognava un feats con Guè e lo ha avuto. Rkomi sognava un feats con Marracash e lo ha avuto. Junior Cally canta con Highsnob. Potrebbe anche sembrare scontato perché il piccolo si avvale dell’aiuto del grande. Ma a parte che non lo è, perché in tutte le altre professioni di rado accade che un giovane riesca ad ottenere l’aiuto concreto di chi è in cima, ma poi le partecipazioni si fanno anche in senso inverso. Il numero uno coinvolge anche chi non è ancora famoso. Il pubblico percepisce questo spirito di squadra e li ama.

È una questione di rapporti prima che di opportunità. Poi ovvio, come tutti i rapporti, ogni tanto saltano. Ma il sistema non salta. Anzi ne beneficia. Trx Radio, che manda in onda solo rap, ha avuto subito un boom di contatti, come se la gente non aspettasse altro. Merito della visibilità che i rapper si regalano tra di loro. L’unione fa la forza. Come i moschettieri. È una lezione. La danno i rapper, quelli allergici alla scuola. La lealtà non è questione di istruzione. E dire grazie non costa niente e fa guadagnare tanto.

Anna Savini

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