Capuozzo e il mondo senza equilibrio
Toni Capuozzo sul palco con Giancarlo Cattaneo di Radio Capital (Foto by foto Gianatti)

Capuozzo e il mondo senza equilibrio

Sondrio Festival. Il giornalista: «Viviamo in una strana epoca dove prevalgono i “troppo” e i “senza”». Apprezza la definizione di “artigiano della notizia”: «Ho cercato di fare sempre bene il mio mestiere».

Artigiano della notizia. Toni Capuozzo, inviato speciale di Mediaset, autore di libri (l’ultimo è un graphic novel, “La culla del terrore” sulle guerre islamiche) si riconosce nella definizione che gli porge Giancarlo Cattaneo di Radio Capital, intervistandolo nella prima delle conversazioni di Sondrio Festival, venerdì sera al Teatro Sociale.

«Sono uno che ha cercato di fare sempre bene il suo mestiere, di raccontare quello che succede, con rispetto, scegliendo bene le parole. Sì, artigiano mi piace, mi ci vedo», risponde il giornalista. Non gli piace invece la locuzione “inviato di guerra”.

«E come dire medico che cura i malati terminali, basta dire semplicemente inviato. Non mi sono mai fatto riprendere nei collegamenti con elmetto e giubbetto antiproiettile, sono un giornalista che viene mandato in zone calde a fare il suo mestiere, spero di averlo fatto bene».

È una persona semplice, Capuozzo. Malgrado il cognome napoletanissimo, è friulano, viene da un piccolo paese «dove tutti si conoscono». Nato nel 1948, è un uomo di televisione che è stato giovano quando non c’era la tv. «E quando è arrivata, mica in tutte le case. Si andava a turno da una famiglia che ce l’aveva, a guardare Lascia o Raddoppia». Poi la tv è diventata il suo lavoro e la sua vita. «Ma io non ho studiato per fare il giornalista, è stato un percorso casuale». Cattaneo gli chiede se è vero che ha anche dipinto madonne sui marciapiedi di Marsiglia, come dicono le biografie. «Sì, ho viaggiato tanto, c’erano amici che sapevano suonare e cantare, io no e per arrangiarmi ho fatto anche quello».

Poi una lunga carriera da inviato in zone di guerra: Afghanistan, Medio Oriente, Somalia. «Dovunque sono andato ho visto orrori, ma anche tanta umanità. Da giovane ho letto un libro, “Il ponte di San Luis Rey” (è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, ndr), che raccontava le vite di persone morte nel crollo di quel ponte. Mi ha fatto capire che, dietro ogni vita che se ne va, c’è molto da narrare». Qualche riflessione sulla società moderna, in cui stenta a riconoscersi. «C’è una corsa al consumo, si spreca molto. Quando sei in guerra, impari ad apprezzare le piccole cose, magari una buona cenetta dopo che hai mangiato poco e male per giorni. E sei grato perché tornerai a casa tua, dopo aver vissuto in mezzo a gente che non ha niente, forse nemmeno un domani. Io ho settant’anni, ho vissuto in tempi di grande sobrietà, dove ti dicevano insieme al salame mangia pane, che ti riempi. Ora ti dicono non toccare il pane, i cibi si caratterizzano per essere “senza” qualcosa. Viviamo uno strano mondo di “troppo” e di “senza”. Bisognerebbe trovare un equilibrio». Applausi.

Al termine, visto che non l’hanno fatto in sala, gli chiediamo del nuovo libro. «È un’esperienza nuova per me che avevo sempre considerato il fumetto come legato all’evasione, al divertimento. Avevo Blek e Zagor, l’Uomo Mascherato e Capitan Miki. Invece è una forma di racconto, come quello che faccio in televisione con le immagini. Insieme al disegnatore Miron abbiamo dato vita a un romanzo che narra come l’odio in nome di Allah diventa Stato, grazie all’iniziativa di un piccolo editore intraprendente, Signs Publishing». “La guerra è bella anche se fa male”, canta De Gregori. È d’accordo con quello che dice? «In fondo sì, la guerra è orribile, ma può avere dei momenti di bellezza perché comunque i conflitti avvicinano gli uomini, tirano fuori il peggio, ma anche il meglio di loro. Credo sia questo il senso della canzone, che parla anche di “una morte crucca ed assassina”. È una bella storia, un bellissimo racconto».


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