«Roberto è un buono  Non è lui l’assassino»
Roberto Guzzetti, condannato in primo grado a 24 anni

«Roberto è un buono

Non è lui l’assassino»

Lecco: a difesa di Guzzetti interviene una sua ex compagna di scuola al Bertacchi, ora psicologa dell’Asst

Dopo la lettera con la quale Roberto Guzzetti, si proclama innocente, a difesa dell’uomo - condannato in primo grado a 24 anni di carcere per l’omicidio di Maria Adeodata Losa, avvenuto il 9 giugno 2016 a Torre de’ Busi - interviene una sua ex compagna di scuola che sostiene che non può essere lui l’assassino.

A prendere le sue difese è la dottoressa Damaris Rovida, psicologa, responsabile del “Servizio prevenzione e cura nuove dipendenze” all’Asst di Lecco e compagna di scuola di Guzzetti: non riesce a convincersi che quel ragazzo conosciuto sui banchi dell’istituto Bertacchi possa essersi trasformato in un mostro capace di uccidere con 10 coltellate un’anziana. «Nel tempo da amica ho raccolto le sue confidenze, ascoltato le sue fatiche e, a volte, anche cercato di ricondurre il suo entusiasmo e la sua esuberanza che, d’impatto, potevano sembrare esagerate e in qualche occasione “sopra le righe”. Ma queste sono le sue caratteristiche: buono, semplice, un po’ infantile, a volte disarmante, ma poi capace di gesti gentili e parole commoventi di fronte alla fatica e al dolore altrui. Tutte le persone che lo hanno conosciuto bene - amici, operatori, parenti, vicini di casa - non hanno mai pensato minimamente che lui potesse essere il “vero assassino”» racconta dopo aver letto la lettera che lo stesso Guzzetti ha voluto scrivere al nostro giornale dalla sua cella.

La dottoressa Rovida respinge la ricostruzione dell’omicidio, nonostante ad inchiodare Guzzetti sia stato anche il rinvenimento di una sua impronta digitale nell’abitazione dove si è consumato il delitto: «Il fatto che Roberto si trovasse lì non significa automaticamente che sia lui il colpevole. Mancano altre prove chiare, oggettive e inconfutabili, manca un movente ci sono contraddizioni evidenti: non era sporco di sangue e l’arma non è mai stata ritrovata. Lui, paralizzato dalla paura, non ha saputo correre o chiedere aiuto. Ma questo è proprio il punto che merita una riflessione più profonda, che solo il suo funzionamento mentale può spiegare, senza arrivare a facili e forse comode conclusioni».

Damaris Rovida ha continuato a incontrare Guzzetti anche in carcere, poche ore di visita al mese nella sala colloqui del penitenziario: «Considera questa come una parentesi della sua vita, come un momento destinato a terminare. Si preoccupa molto dei suoi anziani genitori ma anche degli altri detenuti» sottolinea ancora la dottoressa ricordando in particolare due frasi di Guzzetti. «A Natale gli abbiamo chiesto per quale motivo non avesse spedito nemmeno un biglietto di auguri. Ci ha risposto: “Sto cercando di non rendermi conto che sia Natale”, talmente questo lo faceva soffrire. Fa riflettere un suo commento di fronte alla condanna: “Anche solo un giorno in carcere da innocente è come l’ergastolo…” ».

Il 23 aprile si aprirà il processo in Corte d’assise d’appello di Milano: «Mi auguro – conclude la dottoressa Rovida – che l’apparato della Giustizia riesca a guardare ai fatti accaduti da un punto di vista diverso. Credo che si sarebbe dovuto tener conto di altro e non per forza vedere in lui il colpevole, forse per tranquillizzare gli animi e chiudere in fretta una triste vicenda che ha colpito il nostro territorio».


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