Lecco. «Chiudete il tunnel»  Il grido di Chiuso, inascoltato
L’area esterna della chiesetta del Beato Serafino

Lecco. «Chiudete il tunnel»

Il grido di Chiuso, inascoltato

Il cantiere: i residenti esausti chiedono di riqualificare

L’intera area è abbandonata, senza luce, sporca e isolata

«Chiudete il buco, riqualificatelo e ripensate poi la galleria in tempi e modi diversi».

È questa la parola d’ordine consegnata giovedì sera dal Comitato di Chiuso (dalla bocca di Luca Dossi) alle istituzioni intervenute. Ma, al di là della politica, cosa c’è davvero dietro il sipario formale di una delle peggio incompiute del territorio?

Quella che ruota intorno al cantiere di Chiuso è di fatto una collezione di orrori. Grandi o piccoli che siano, estetici o logistici, individuali o collettivi, cambia poco. Si tratta sempre e comunque di degrado, di difficoltà, di non vivibilità di un luogo che dovrebbe invece avere pari dignità rispetto a qualunque altro rione di Lecco. Provenendo da via don Morazzone, la prima immagine che ci si ritrova di fronte è quella delle griglie, “gentilmente concesse” dalla Provincia. «Almeno torniamo a vedere il lago giù in basso, e diamo un po’ di respiro anche alla vista», commentano i residenti. C’è però poco da star felici perché subito in sequenza, ecco partire il muro di lamiera che finisce poi fino alla chiesetta del Beato Serafino. Una sorta di container arzigogolato che “intrappola” non solo la vista del lago e di Garlate, ma anche il concetto del più elementare senso estetico. Fortuna vuole (si fa per dire) che non a tutte le ore del giorno sia possibile scendere per quella vietta fino alla chiesa. Già perché le famose luminarie concesse da Comune e Provincia (dopo che la Salini aveva smantellato le sue installazioni) sono già bell’e che spente. La sera il buio è totale sulla scalinata, e nei giorni invernali in cui il cimitero chiude dopo il calar del sole, tocca armarsi di torcia dello smartphone per non finire gambe all’aria.

Gambe all’aria ci è finito, in compenso, il cantiere della galleria. Altro che Calolzio, il buco inizia e finisce sotto la chiesetta del Beato. Ma al di là dell’opera, i residenti lamentano senza soluzione di continuità quelle che sono le condizioni del cantiere. Erbacce e piante a mo’ di giungla, acqua stagnante che d’estate attira nugoli di zanzare, topi e degrado. L’ultima volta che l’area era stata ripulita? In concomitanza con la visita dell’allora ministro Giancarlo Giorgetti, un anno e mezzo fa. Da allora, mai più toccato (a parte qualche ritocco in concomitanza con l’assemblea di giovedì scorso).

«E dire che con qualche decina di migliaia di euro si potrebbe perlomeno appaltare un servizio di manutenzione a qualche impresa locale – commentano i residenti – per carità, se il cantiere deve restare aperto, resti. Ma almeno sia un’area di cantiere, non una giungla». L’ultima ciliegina sulla torta? Le case intorno all’area hanno visto ridimensionarsi il valore del 30% o anche del 50%. Una bella beffa per chi, per primo, aveva detto “Stiamo attenti a quello che stiamo facendo”.

Insomma, non è in discussione, alla fin fine, che il messaggio finale sul tema sia quello consegnato giovedì sera da Luca Dossi. «Sono passati anni e la situazione è ancora la stessa: la gente di Chiuso non ne può più, non ci crede più. Da parte della politica, sembra si voglia solo cavalcare un po’ di consenso. Come Comitato, abbiamo anche accompagnato l’impresa che seguiva l’opera, conosciamo le criticità del cantiere e sappiamo perché l’impresa appaltatrice è uscita dall’opera. Concedeteci di dire che se un azienda rinuncia a una commessa di 120 milioni di euro, vuol dire che probabilmente le criticità ci sono. Francamente crediamo che, da parte della politica, si possa dire “sì, abbiamo sbagliato”. Non questo o quell’altro, ma tutti. Si può dire che abbiamo sperperato 20 milioni di euro, ma non buttiamone via ancora per poi essere tutti condizionati in un tempo indefinito. Noi come cittadini di Chiuso chiediamo alle istituzioni di chiudere il buco, riqualificarlo e ripensare poi l’opera nei tempi e nelle modalità con cui si potrà eventualmente fare»

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