«Io, sulla nave con un bimbo morto»
La storia sul sito di “Internazionale”, nella foto il medico lecchese Giovanna Scaccabarozzi

«Io, sulla nave con un bimbo morto»

La testimonianzaIl medico lecchese Giovanna Scaccabarozzi era a bordo della Open Arms e ha prestato soccorso

«C’è chi mette in dubbio la veridicità dei fatti. Magari fosse così, non avrei mai voluto vedere quei due corpi»

«A chi ha il coraggio di parlare di immagini finte, artefatte, dico: magari. Magari fosse vero che qui con me, su questa nave, non ho il cadavere di un bambino di quattro anni, chiuso in un sacco. Magari fosse tutta una finzione».

Romba il vento, gracchiano le radio di bordo mentre contattiamo Giovanna Scaccabarozzi, medico lecchese di Valgreghentino che, proprio in questi giorni, si trova insieme a un altro lecchese, Riccardo Gatti, a bordo della nave della Ong Open Arms. La stessa nave che, nella mattinata di martedì, ha strappato al mare due cadaveri, oltre a una donna ancora viva e sconvolta. Giovanna, medico di bordo, non ha partecipato al rinvenimento dei corpi (che molto hanno fatto discutere sulla terraferma). Ha però constatato il decesso della donna e del bambino, e curato l’altra donna, Josephine, da un’ipotermia ormai in stadio avanzato.

«Il mio compito»

«Il mio compito è proprio questo – racconta Giovanna - ricevere a bordo le persone soccorse, fare il triage medico, iniziare le cure più urgenti e valutare la situazione. Martedì mattina sono state recuperate tre persone dal gommone che tutti avete visto in foto, ridotto in condizioni di totale non utilizzabilità, sgonfio, ormai abbandonato all’acqua. A me è toccato purtroppo constatare il decesso di una donna giovane, che mostrava segni di una morte avanzata, e quello di un bambino di 4 anni, che invece sembrava morto da poco. Insieme a loro, ho ricevuto tra le mani una donna ancora viva, in condizioni abbastanza critiche di ipotermia. Siamo riusciti a recuperarla, adesso è stabile. E’ in stato di choc profondissimo – conclude Giovanna - e non la stiamo assolutamente forzando con domande o richieste, solo accudendo». Già, le richieste. Open Arms ha subito puntato il dito contro la guardia costiera libica. In sostanza, qualcosa non tornava. Perchè un gommone così malridotto? Perchè solo tre persone rimaste lì? Interrogativi forse destinati a galleggiare per sempre sul pelo dell’acqua. Giovanna e Riccardo, dal canto loro, stanno già viaggiando verso ovest, verso un porto sicuro. Perchè, mentre li contattiamo, la polemica in Italia è già montata. E travolge tutto: il ruolo di Open Arms, la querelle con i libici, perfino la veridicità delle immagini. Ma questo, no, Giovanna non può proprio tollerarlo.

«So bene che c’è chi va sostenendo siano false. Ci ho pensato spesso, e vorrei dire loro che anche a me piacerebbe fossero false, sapere che non è vero che adesso ho a bordo due cadaveri, di cui uno è un bambino di quattro anni. Che non è vero che abbiamo a bordo una donna sopravvissuta a qualcosa che non riesco neanche a immaginare. Magari fosse vero che è tutta una montatura. Ma quei due morti, e quella donna scampata, li ho toccati con mano. E non metaforicamente».

«Devi rimanere lucido»

Ecco allora che la domanda sorge spontanea. Ci si abitua mai? C’è un momento in cui il cadavere di un bambino cullato dalle onde non è più uno choc? «Ho fatto questo lavoro per tanto tempo, sono stata anche su altre navi. Mi sono già trovata in condizioni molto critiche – risponde Giovanna - In quei momenti ti aiuta il fatto di dover essere tempestivo, rapido, e questo tiene a bada il sentimento. Siamo personale sanitario: sappiamo che abbiamo azioni molto precise da compiere, certamente nel modo più rispettoso e umano possibile, perché è necessario, ma anche tenendo sotto controllo la parte più irrazionale. Che poi esce chiaramente, quando tutto questo finisce».

Nessuna retorica da parte di Giovanna, solo l’accenno di una constatazione («Qualcosa in questo modello di gestione dell’immigrazione deve cambiare»), ma senza abbandonarsi al guaire della polemica politica.

Al contrario, il pensiero è rivolto alla gente comune. «Cosa si può fare? Cercare la verità, non fermarsi alla superficie agli slogan. E, costruita la propria consapevolezza, prendere una posizione forte e aperta nella vita. E non avere paura dell’altro – aggiunge, a mo’ di una postilla – perché stiamo sempre parlando di esseri umani».

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