Lecco, serve ancora un ingrediente  Il suo nome  è concretezza
Mattia Tordini, picchiato domenica a Mantova

Lecco, serve ancora un ingrediente

Il suo nome è concretezza

L’analisi all’indomani del pareggio dei blucelesti a Mantova.

l Lecco gioca bene ma non raccoglie quanto semina. Un leit motiv. A Vercelli avrebbe meritato il pareggio. Idem a Fiorenzuola. E ieri avrebbe meritato i tre punti. Come ha fatto la domenica prima quando, però, nel finale, ha rischiato, sempre su calcio fermo, sempre su mischie in area, di farsi prendere dal Padova.

C’è un problema difensivo sui palloni alti da fermo. Al di là che poi ne esca, o meno, indenne, per il Lecco è sempre un incubo ogni corner e ogni punizione buttata in area. Difetto di fisicità (ieri De Cenco ha sovrastato Masini e poi in mezzo hanno sbagliato tutti).

Ma anche di mentalità. Non si dovrebbero concedere punizioni così pericolose come successo ieri nella tre quarti offensiva, se si sa che poi sui palloni messi in mezzo si soffre così tanto. Però è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, perché se il Lecco riuscisse a trovare concretezza davanti, neanche i gol su calcio fermo avversari sarebbero più una preoccupazione.

Ma c’è un’altra constatazione che preme fare dopo Mantova-Lecco. Va bene l’agonismo, va bene la rabbia, va bene la forza. Il calcio è uno sport di contatto. Ma è mai possibile che un arbitro come Luciani veda sotto i suoi occhi un fallo che fa infortunare Tordini e non lo punisce con un giallo (se non con il rosso)? E dire che pochi istanti prima Tordini era stato mandato gambe all’aria da Milillo e Checchi. Insomma: è stato scientemente pestato perché ritenuto il nemico pubblico numero uno.

Una cosa è marcare Maradona come fece Claudio Gentile nella nota gara del 1982 contro l’Argentina: duro (maglietta strappata), ma mai pericoloso. Un’altra è mandare quasi all’ospedale un 2002.


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