Vespa, Riina jr e il paese

della doppia morale

Gratta il moralista, salta fuori il trombone. È bello avere delle certezze. E infatti anche questa volta le guide spirituali della nazione - politici e giornalisti - non hanno mancato di coprirsi di ridicolo. D’altra parte, l’occasione era ghiotta: l’intervista di Bruno Vespa a nientepopodimeno che il figlio di Salvatore Riina. Roba forte.

E com’era ovvio che fosse, prima ancora che venisse mandata in onda, è partito il circo Barnum. E vergogna e scandalo e infamia e negazionismo e collateralismo e collaborazionismo e uno sfregio intollerabile alla democrazia e un vulnus intollerabilmente intollerabile alla dignità dello Stato e tutti i meglio maestri di pensiero della nostra repubblica dello zafferano a concionare, a pontificare, a catoneggiare, a trombonare sul fango gettato a piene mani addosso alle vittime della mafia e ai loro familiari e bla bla bla. Una valanga retorica da reflusso gastrico.

Ora, la prima cosa da precisare è che i morti ammazzati dalla criminalità e i loro cari sono sacri, hanno tutto il diritto di non sopportare nemmeno la vista dei loro carnefici e dei loro figli e proprio per questo vanno salvaguardati dal pattume della polemica politica. Ma detto questo e ribadito mille volte che la mafia è il massimo dello schifo, quale pedagogia autoritaria, quale perbenismo bacchettone, quale conformismo da salotto si permette di decidere chi va in televisione e chi no, chi possiede i quarti di nobiltà per essere intervistato e chi no, chi trasmette messaggi educativi al popolo bue e chi no? Chi è che decide cosa va bene e cosa va male? Il gran giurì dei parrucconi? I carabinieri di Pinocchio con la mantella e i baffi a manubrio? I probiviri del Giornalista Collettivo che tutto sa, tutto decide e tutto codifica? La consorteria dei benpensanti del Pensiero Unico? L’associazione del pubblico disdoro? Farisei. Legulei. Filistei.

Tutti possono essere intervistati. Tutti debbono essere intervistati. Ma proprio tutti, nessuno escluso: Bin Laden, Stalin, Pol Pot, Sindona, Landru, Sai Baba, il dottor Lecter, Keyser Soze, l’arbitro Ceccarini, la casalinga di Voghera, la donna con due teste e pure l’uomo salsiccia, perché chiunque di questi può portare un pizzico - o un macigno - di verità in più al lettore. Non dipende da chi intervisti, ma da che domande fai, cosa chiedi, come e quanto incalzi l’interlocutore e quanto sai essere al servizio dell’informazione e non della piaggeria o dell’arrivismo. E se è così, è da qui che parte il dibattito e si può valutare la bontà o meno dell’intervista di Vespa, peraltro pessima, giustamente autorizzata da un giornalista di razza come Carlo Verdelli, nuovo responsabile dell’informazione Rai.

Indro Montanelli confidò in chissà quale occasione che si sarebbe tagliato un braccio pur di intervistare Hitler, Sergio Zavoli ha inanellato una serie di colloqui formidabili con i protagonisti del terrorismo italiano - magistrale, ad esempio, quella a uno dei capi delle Brigate Rosse, Mario Moretti - , e in genere tutti i grandi giornalisti, come ricordava qualche giorno fa in un editoriale lucidissimo Marco Travaglio, anelano a confrontarsi con il male. Esattamente come i grandi scrittori. E quindi il concetto non è il se, ma il come. Sai che ragionamento, ci potrebbe arrivare anche un bambino.

Ma questo è un paese di bambini. Di bambini viziati. E doppiomoralisti. Così tanto da perdere il senso della realtà e del ridicolo, come la presidente della Rai, Monica Maggioni, quando chiede che lo Stato sequestri “i diritti del libro del figlio di Riina come beni di provenienza mafiosa per poi destinarli alla lotta contro la mafia”. Tutto vero. Che qualcuno chiami l’ambulanza, per favore. E senza parlare delle librerie che si rifiutano di vendere il suddetto tomo. Ovvio che il proprietario di una libreria possa vendere quello che vuole, ma sarebbe curioso sapere se a fronte del legittimo boicottaggio di Riina continui a esporre i libri di Sofri - che fa così chic, anche se mandava i suoi scagnozzi a sparare ai commissari di polizia – o quelli di Toni Negri, di Franceschini (quello vero, non il ministro), di Curcio, della Faranda, di Morucci – che ammaestravano, mitragliavano e ammazzavano, ma in fondo erano solo compagni che sbagliavano - o i tomi di Enver Hoxha o di Castro o delle altre migliaia di assassini che ci ha regalato la storia. Cos’è, ci sono degli sterminatori che vanno bene e altri no? Ci sono assassini à la page e altri da suburra? Ci sono i killer da terrazza e quelli da osteria? Che differenza c’è tra Vespa che srolotola la solita litania di domande banali a quel sarchiapone di Riina jr (e tutti a insultarlo) e Santoro che si sdraia e si sdilinquisce sulle palle spaziali di Ciancimino jr (e tutti a idolatrarlo)? Gli intervistatori sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, evidentemente…

Che pena. Inferiore solo a quella dei nostri politici di serie D, che stanno lì a pontificare sulla deontologia del giornalismo d’inchiesta e gli imperativi categorici del servizio pubblico quando negli ultimi trent’anni – da destra a sinistra, passando per il centro e i tecnici – hanno costruito un sistema marcio che si impernia sull’intervista in ginocchio, sull’espulsione del male e dei cattivi dalla realtà, baldanzosamente ridisegnata a colpi di vaselina e leccate di piedi, vedi Berlusconi che firma il contratto con gli italiani, D’Alema che cucina il risotto, Prodi che va in bicicletta, Bossi in canottiera e quell’altro con la felpa, Monti che spiega i segreti del loden e Renzi che va in pellegrinaggio con Vespa da Firenze a Monte Senario. Su tutto questo ciarpame, sui talk show di regime e sui telegiornali occupati dai partiti, dalle correnti dei partiti e dai capibastone delle correnti dei partiti, invece niente. Questo va bene. Riina jr è solo un richiamo e mentre noi gonzi guardiamo lì, il vero schifo dell’informazione è tutto da un’altra parte. Forse è il caso di darsi tutti quanti una svegliata.


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