Vanessa in copertina  Solo subdola ipocrisia

Vanessa in copertina

Solo subdola ipocrisia

Quando Soren Kierkegaard, senza neppure aver visto la copertina dell’ultimo Vanity Fair, scrisse che ogni uomo è un ipocrita nato, scolpì nella pietra una delle poche verità assolute dell’esistenza. L’ipocrisia è davvero l’ottavo peccato capitale. È subdola. È tronfia. È untuosa. È tutta imburrata di grandi paroloni, voli pindarici, lacrimevoli perbenismi, una vaselina universale per inzuppare di fanfaluche il popolo bue e andare avanti a farsi i comodacci propri.

Uno degli esempi più risibili e irritanti del tartufismo che affligge questi nostri poveri tempi e che infatti ha riscosso magniloquenti indignazioni sui social - è una regola matematica: se c’è in giro una pagliacciata diventa subito primatista dei like - è la vicenda della copertina dedicata alla modella spagnola Vanessa Incontrada, immortalata completamente nuda. L’obiettivo, all’apparenza, è nobilissimo: mostrare a tutti l’evidente sovrappeso della donna come messaggio che è venuta l’ora di cambiare i modelli di bellezza stereotipata che prevedono solo donne giovani, belle e, soprattutto, magre e di sbandierare ai quattro venti che non è un problema convivere con la ciccia, la cellulite e i seni cadenti. Grande empatia del popolo del web, grande supporto morale, grande riprovazione contro gli odiatori seriali che perseguitano in rete chiunque non sia in forma fisica smagliante, grande orgoglio nel rivendicare che ognuno di noi è bello a modo suo e che nessuno ci può giudicare e bla bla bla. Tutto questo viene divulgato nel mondo fatato dei farisei 4.0.

Poi però la prima domanda che si pone un lettore sprovveduto sì, ma non propriamente con l’anello al naso, è come mai se siamo tutti così coesi, adesi e protesi nel sostenere una campagna benemerita che faccia a pezzi edonismi, maschilismi e stereotipi irraggiungibili, l’intervista alla Incontrada sia affiancata da pagine pubblicitarie che esibiscono, come da copione, modelle giovanissime, bellissime e soprattutto di magrezza estrema, quasi anoressica. Se fossimo coerenti, certa robaccia andrebbe rispedita al mittente anche a costo di perdere soldi e clienti, o no? E poi davvero la Incontrada può assurgere a metafora, ad esempio, a rappresentante della donna media alle prese con il corpo che cambia? È una modella, un’attrice, una showgirl, una testimonial, ha un bellissimo viso, è ricca, è famosa: che c’entra una così con tutte le casalinghe di Voghera, le quarantenni disperate che subiscono una quotidiana umiliazione dall’arroganza di colleghe più toniche o dalla vigliaccheria di mariti cialtroni perché non sono più quelle di una volta? Ma davvero abbiamo tutti una Incontrada come vicina di pianerottolo? Non è che la signora e la rivista in questione hanno trovato il modo di architettare un’astuta operazione di marketing a costo zero? Malizie…

Ma l’aspetto più falso della vicenda non è neppure questo. La cosa davvero insopportabile è che un soggetto faccia carriera dentro un mondo seguendone pedissequamente tutti i criteri e i vincoli e poi si metta a rinnegarli e a esigerne la censura quando è lui a non rispondere più a quei criteri. Insomma, perché la Incontrada è diventata famosa? Perché ha firmato il trattato di Versailles? Perché ha isolato con Sabin il vaccino della poliomielite? Perché ha vinto cinque ori alle Olimpiadi? No, perché era giovane, bella e magra e, quindi, rispondeva in pieno ai canoni previsti dal mondo delle passerelle prima e del cinema e della televisione poi. Niente di male, anzi, ma piaccia o non piaccia è su quei comandamenti che è costruita quella chiesa ed è davvero paradossale che quello che era visto come la morte nera quando eri giovane - cioè la mezza età e la decadenza - diventi invece la nuova frontiera etica quando tocca a te sfiorire e appassire. O vale sempre o non vale mai. Altrimenti sei un ipocrita da quattro soldi.

Se una modella ventenne spodesta una modella quarantenne è nella triste logica delle cose, perché di quella roba lì è fatto quel mestiere, non di altro, di quella roba lì. Se tutti preferivano Sophia Loren ad Ave Ninchi anche questo era nella logica delle cose. Non puoi pretendere di giocare in serie A se hai la pancia, i piedi piatti e non azzecchi uno stop manco per miracolo, perché tutti gli altri sul campo sono meglio di te. Non puoi pretendere di diventare direttore del Cern se hai serie difficoltà con la tabellina del sette. Non puoi pretendere di fare il primo in un ristorante stellato se ti ustioni anche solo alle prese con un uovo sodo. Poi hai voglia a dire che sono modelli stereotipati che è ora di cambiare…

Certo, in quei casi è una questione di competenze, di talento, non di forma fisica, ed è vero. Ma nel campo della moda la competenza “è” la bellezza, il talento “è” la giovinezza e se questo modello non piace - e giustamente non piace - basta rifiutarlo e investire su un lavoro meno fatuo e di maggiore spessore professionale, non certo coprendosi di ridicolo concionando sul regime culturale che impedisce a chi è alta un metro e quaranta e pesa settanta chili di fare la modella. Questa è demagogia perfetta per un talk show spazzatura, non certo per la vita reale.

Le vere prevaricazioni sono altre. La vera prevaricazione è se quel posto di lavoro per il quale sei titolato ti viene soffiato dall’amico degli amici o se quella promozione non finisce a te che te la meriti ma all’amante dell’amministratore delegato o se quell’incarico che segui da anni viene affidato al servo del padrone del vapore o al figlio scemo del padrone del vapore. Non ne avete mai visti di casi del genere? Beh, fatevi un giro in qualche ufficio, in qualche Palazzo o in quegli scannatoi a ciclo continuo che sono le redazioni dei giornali e poi ne riparliamo.

Il dramma delle persone isolate, umiliate, offese e bistrattate - uomini e donne - è talmente enorme e schifoso e devastante che avrebbe bisogno di campagne più serie e di testimonial più credibili, altro che belle spagnole con i loro sederoni.


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