Tutti in fila per i diritti

Sui doveri c’è il deserto

Certo, l’idea di dover abitare in un mondo terrorizzato dai tagliagole islamici, invaso da milioni di disperati alla ricerca di un posto al sole, devastato dalla crisi economica e arso dal riscaldamento globale non è una gran prospettiva. Ma, insomma, nella vita c’è pure di peggio. Mai stati a cena con un sindacalista pulcioso?

Questo curioso tipo umano - subito individuabile per la camicia stropicciata, la macchia di ragù sulla cravatta e la curiosa tendenza a distrarsi quando arriva il conto - è contraddistinto, a differenza dei sindacalisti che lavorano sul serio, dall’arte retorica dell’iperbole. Lui è il demiurgo dell’amplificazione, della trasfigurazione, dell’espansione della realtà, l’unico ventriloquo in grado di decrittare al resto dell’umanità lo spaventoso carico di ingiustizie che l’esistenza infligge ai poveri, ai diseredati, agli umiliati, agli offesi e contro il quale lui, rocca di Gibilterra del diritto, della difesa degli umili e delle libertà conquistate dalle eroiche lotte di liberazione dai fascisti, dai nazisti, dagli Ottomani, dagli Aragonesi e, probabilmente, pure dagli Alari e dai Visigoti, oppone il suo petto eroico. E tutto questo ruota attorno a un unico motore immobile, che tutto decide, tutto codifica e tutto sintetizza. I carichi di lavoro. Gli insostenibili carichi di lavoro. Gli insostenibilmente insostenibili carichi di lavoro. L’insostenibilità degli insostenibilmente insostenibili carichi di lavoro. L’insostenibile insostenibilità degli insostenibilmente insostenibili carichi di lavoro.

È lì dove, regolarmente, casca l’asino. E allora appare davvero curioso tutto questo scandalo raccontato da giornali e televisioni sulla contestazione dei sindacati al direttore della Reggia di Caserta, accusato per mezzo di una lettera ufficiale inviata al ministro dei Beni culturali, Franceschini, perché, testuale, il nuovo direttore lavora troppo. E lavorando troppo – pare che Mauro Felicori, questo il suo nome, entri alle otto del mattino ed esca alle nove di sera, rimanendo in sede anche durante il weekend – mette a repentaglio la sicurezza della struttura, che invece dopo le cinque dovrebbe essere chiusa, blindata e impacchettata.

Ora, è vero che il direttore ha subito abolito il sacro giorno di chiusura del martedì, tenendo aperto sette giorni su sette, ha spostato alcuni dipendenti, gli ha vietato di girare nella Reggia con la propria auto obbligandoli a mettersi divisa e tesserino di riconoscimento, a febbraio ha aumentato i visitatori del settanta per cento e gli incassi del cento e rotti e altre cosette del genere che hanno mandato in cortocircuito i vertici sindacali di Caserta. Ed è anche vero che la loro protesta – un misto tra un comunicato delle Bierre, una sentenza del giudice di Pinocchio e una pagina di “Io speriamo che me la cavo”- ha regalato un atout clamoroso a Renzi, al quale non è sembrato vero di poter incentivare, grazie al tafazzismo dei sindacati, la sua opera di rastrellamento di voti nel bacino di quell’elettorato che vede nell’ente pubblico e nei suoi dipendenti – sbagliando - il male assoluto del paese. Ed è pure vero, infine, che addirittura una demagoga di prima fascia come la Camusso è stata costretta a condannare quell’iniziativa.

Eppure non è così. Non esiste un’Italia sana e vigorosa e competitiva ammanettata e ammorbata dalla cancrena sindacale e che, una volta liberata da quella tenia, darebbe finalmente libero sfogo agli spiriti animali di una nazione pronta a correre e galoppare verso le sue magnifiche sorti e progressive di sviluppo, mercato e benessere. I sindacati – questi ridicoli, patetici, circensi, grotteschi apparati da operetta, da sceneggiatura di Flaiano, da aforisma di Longanesi, da cameo felliniano – rappresentano soltanto l’avanguardia leninista della rivoluzione in marcia. Espressione della nazione. Spuma di una cultura collettiva bulgara, consociativa, protezionistica, familistica e amorale, “avellinese”, mezzamanichesca per la quale esistono solo i diritti – tutti – e le protezioni – tutte - e non trovano invece spazio alcuno i doveri e, soprattutto, il senso della realtà. Lo stipendio? Un diritto a prescindere. Il posto fisso? Un diritto a prescindere. E per tutti quanti, beninteso: cani, porci e salmerie. E al netto dei bilanci aziendali. Il merito, la competenza, la concorrenza? Roba da anglosassoni, da gringos, da multinazionali affamatrici, da gente che fa morire di fame vecchi e bambini. Il lavoro? Quello strano oggetto non identificato che si frappone, fastidiosamente, tra il timbro del cartellino della mattina e quello della sera. E quando suona la campanella, non c’è emergenza che tenga: via di corsa come Fantozzi e i suoi colleghi che si calavano dalle finestre con le lenzuola annodate.

Eh sì, sarebbe bello se fosse solo roba loro, loro e i loro distacchi iperurani, le loro froge ideologizzanti, le loro adunate cheguevariste, le loro pullmanate in gita fuori porta, i loro proclami “o tutti o nessuno” che poi finiscono regolarmente con “nessuno” perché nel frattempo, mentre loro chiacchierano, le aziende chiudono e tutto il resto di quella coreografia da baraccone, da cartongesso, da soviet, da cinghia di trasmissione del partitone, della ditta che non c’è più.

E invece no, questa è cultura diffusa e condivisa, non solo nel pubblico, ma anche nel privato e nella scuola e nell’università - non a caso rigonfia di cervelloni maturati durante i meravigliosi ed indimenticabili anni Settanta – e nelle fucine dove si dovrebbe forgiare la fibra nazionale – biblioteche, musei, archivi, case editrici, imprese editoriali – dove li vedi tutti lì a ululare e pontificare e catoneggiare e trombonare sui diritti e i diritti e i diritti e i sacrosanti diritti. Poi, quando si passa ai doveri, e al lavoro, uno sparisce, l’altro si distrae, un terzo va in bagno, quell’altro si gratta la pera e quell’altro ancora è in visita dalla zia malata. Siamo tutti casertani, quando si tratta di noi. Scriviamolo in un bello striscione, alla prossima adunata contro il regime globale.


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