Se il mondo dei cretini

spopola sul web

La prevalenza del cretino. A dispetto del dilagare di una corruzione onnivora e piragnesca e di una tragedia migratoria irrisolvibile, la corda più evocativa della settimana l’ha pizzicata Umberto Eco che, alla consegna di una laurea honoris causa in comunicazione a Torino, ha pronunciato una stroncatura strepitosa del mondo del web: «Internet dà diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano solo al bar dopo tre bicchieri di rosso e di solito venivano messi a tacere e che invece ora godono dello stesso spazio di un premio Nobel».

Il tema è quanto di più letterario possa immaginarsi, anche senza far tornare alla memoria il “Bouvard e Pécuchet” di Flaubert piuttosto che la deliziosa saggistica sui cretini firmata da Fruttero e Lucentini oppure l’ “Allegro ma non troppo” di Carlo Cipolla, nel quale il grande storico dipanava, tra ascisse, ordinate e ragionamenti ferocemente cartesiani, le leggi fondamentali della stupidità: «Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione»; «Una persona stupida è quella che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita».

Non c’è niente da fare. La sua è una presenza ineliminabile nella commedia umana, un sottofondo strutturale della nostra avventura sul pianeta e proprio per questo motivo del tutto slegata dalle condizioni storiche, economiche, religiose o sociali. Il cretino non è il prodotto dei tempi o dell’evoluzione o della ricchezza e della povertà, è un dato in sé che esiste a prescindere da tutto il resto e quindi è verosimile che il numero - sostanzioso - di imbecilli negli anni Duemila sia esattamente lo stesso di quello dell’antica Grecia, della Russia di Dostoevskij, della Cappadocia del tardo Medioevo o della Bolivia della Guerra del Chaco. Il cretino è mobile, qual piuma al vento, imprevedibile, imperturbabile, spiazzante. È il Messi della società, lo pensi a sinistra e lui ti spunta a destra, ti scarta, ti dribbla, ti mette a sedere. Eterno. Immanente. Invincibile.

Il punto posto da Eco, quello che ha scatenato l’inferno di applausi e insulti - naturalmente sul web, curioso no? - è però un altro. Assodato che di idioti ne son piene le fosse e che la mamma del cretino è sempre incinta eccetera eccetera, il dato nuovo e sconvolgente è che ora questo personaggio ha trovato un mezzo per propagare il suo verbo in termini rapidissimi, planetari e incontrollabili. La rete, appunto. La questione è tutta qui. Prima straparlavi all’osteria di politica, calcio e massimi sistemi, poi andavi a casa un po’ ciucco, prendevi due sberle da tua moglie e ti mettevi a russare sul divano. Ora, invece, ti affacci tutto tronfio ed egagro dal balcone di Facebook e Twitter per arringare le folle e il tuo spazio di visibilità è identico a quello di uno fisico nucleare o di un ordinario di filologia romanza. E se poi trovi pure qualche decina di cervelloni che cliccano un bel “mi piace”, allora la frittata è fatta. Il narciso che cova in ognuno di noi può sbocciare rigoglioso.

In questo senso, come dare torto a Eco? Chi frequenta il web ha visto in questi anni i peggio diseredati dell’universomondo - pseudosindacalisti pulciosi, sciupafemmine in disarmo, complottisti dietrologici trilatelari e, naturalmente, direttori di giornali che fanno la predica ogni domenica - assurgere a ruolo di maestri del pensiero occidentale. Ma è anche vero che la sua analisi, come sottolineato in un intervento di Gianluca Nicoletti su “La Stampa”, sembra una via di mezzo tra la lamentela della casalinga di Voghera su questi tempi, signora mia, che non si sa più come prenderli, con questi giovani che bevono, si drogano e non votano più la Dc e la nostalgia per quella stagione dorata nella quale il popolo bue doveva starsene zitto e buono e leggere i giornali, vedere i programmi e ascoltare i simposi graziosamente concessi dagli incanutiti intellettuali organici. Adesso, invece, l’imbecille si è sciolto dai legami che lo vedevano inferiore, passivo e sottomesso ed è emerso dal nulla nel quale era stato pigiato a forza per millenni, per prendersi la sua scena, il suo palcoscenico, il suo show. Minuscolo, ridicolo, diviso con altri miliardi di piccoli esseri umani che credono di avere cose fondamentali da dire, ma intanto suo patrimonio privatissimo: «Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio».

E poi non è vero che la stupidità prima fosse confinata in un assordante silenzio. Perché, almeno in epoca contemporanea, il suffragio universale ha permesso ai mostri mostruosi di decidere del destino della nazione: la sciampista ottusa con la sindrome del principe azzurro, l’ultras che votava Berlusconi perché gli aveva comprato Balotelli, il militante che votava Pci perché loro erano diversi e si finanziavano solo con le salamelle delle Festa dell’Unità, il nordista trinariciuto che i negri ci portano via il lavoro a noi, lo statale parassitario meridionalista che lo Stato ci ha abbandonato. Altro che messi a tacere, sono loro che comandano. E non è affatto vero che i media tradizionali filtrino la fuffa e selezionino la qualità, basta fare il conto delle balle spaziali che propinano giornali e Tg e sull’analfabetismo di andata, la demagogia stracciona e il buonismo alla vaselina che pervade le dichiarazioni nei talk-show di certi statisti di destra, di sinistra e di centro a fronte del dramma dei migranti.

«Non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza», scrive Nicoletti. È questo il vasto programma che spetta a chi voglia difendere la libertà e la verità nella giungla dell’online. La torre d’avorio non c’è più. Non dobbiamo mai dimenticare che ogni mattina sul web un intelligente si sveglia e sa che dovrà tuittare più in fretta del cretino oppure verrà sbranato. Quindi, caro professore, è meglio che pure lei si metta subito a farlo.

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@DiegoMinonzio


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