Reddito di cittadinanza  Si torna al baratto

Reddito di cittadinanza

Si torna al baratto

Il reddito di cittadinanza, in un paese serio con un ceto politico all’altezza della situazione, sarebbe cosa buona e giusta. La globalizzazione, la crisi e l’automazione hanno inciso in maniera profonda sui rapporti di produzione e spinto ai margini del sistema molte persone a cui va riconosciuto dallo Stato almeno il diritto sussistenza. Sarebbe addirittura una cosa di sinistra, se ce ne fosse ancora una presentabile.

Purtroppo, questo istituto, in Italia e con coloro che occupano i posti di governo, si trasforma in un’insopportabile e grottesca macchietta. L’artefice del provvedimento, il ministro Di Maio, tronfio e tripudiante sul balcone al primo stormir di manovra, ne spara una al giorno: sarà un bancomat mirato solo per l’acquisto dei prodotti di sussistenza. Già ma quali? La Nutella rientra? E il vino? E la maionese light? L’aceto balsamico o quello normale? La cravatta di seta o di nylon? Son problemi signora mia. O forse, “spese immorali” come le ha definite il vice premier. Se il popolo non ha pane, non potrà avere brioche, insomma. Il bancomat “intelligente” non si potrà usare dal tabaccaio per compare sigarette, toscani e soprattutto tagliandi del Gratta e Vinci. Ma ci si potranno pagare le bollette? Sì: una persona per vivere ha bisogno di luce e gas. Ma queste operazioni si fanno anche in tabaccheria. E allora, vabbeh, si andrà in Posta oppure con la domiciliazione bancaria, ammesso che gli istituti di credito concedano questa prerogativa a persone indigenti o quasi.

E poi comunque, caro Di Maio, siamo in Italia, la terra dove più che altrove ci si ingegna per gabbare il prossimo, figurati se questo è lo Stato. C’è ancora più gusto. Allora prima di distribuire 9 o 10 miliardi (cosa volete che sia miliardo più o meno), forse sarebbe bene essere certi che vadano alle persone che hanno davvero titolo o bisogno. Perché il Bel paese, tra l’altro, è la patria del nero, del sommerso, del garbuglio. Bastava sintonizzarsi qualche settimana fa, su uno dei programmi della nuova Retequattro che mostrava come nel mercato di una città del Sud, gli ambulanti non si facessero problemi a mostrare la faccia e confessare di essere costretti a lavorare in nero, altrimenti con queste tasse non si campa e che comunque, una volta ottenuto il reddito di cittadinanza “che ci spetta” ,non avrebbero interrotto le loro attività al limite se non oltre il confine della legalità. Perché anche con 780 euro si fa fatica a sbarcare il lunario. Il vice premier minaccia 6 anni di galera a chi bara. Ma in Italia se c’è una cosa non certa, quella è la pena.

L’impressione che si rischi di tornare alla civiltà del baratto con qualche percettore del reddito offerto da Di Maio e dallo Stato che cede generi di sussistenza come pasta, riso ecc… per ottenere quelli di conforto: sigarette, alcolici e così via. La scappatoia noi la troviamo sempre Un Totò che tenta di vendere al fesso di turno la fontana di Trevi non manca mai. Del resto anche il reddito in cambio del voto... Vedremo come andrà in finire.

Intanto questa embrionale manovra che strizza l’occhio a indigenti veri e presunti, Sud e partite Iva, uniche beneficiarie del miraggio flat tax, trascura come sempre, il ceto medio dei lavoratori dipendenti che vedono il proprio reddito assottigliarsi giorno dopo giorno al contrario della pressione fiscale che continua a salire. Forse qualcuno potrà andare in pensione prima. Agli altri, per godere di qualche attenzione da parte dei nostri governanti, toccherà attendere di trasformarsi in poveri, come è successo a tanti di loro lasciati soli e senza tutele mentre la crisi li travolgeva. Allora sì, magari, avranno la fortuna di percepire il reddito di cittadinanza, sempre se vi saranno ancora quattrini disponibili. Una volta, un partito, per sostenere le istanze del ceto produttivo e invitarlo ad abbandonare chi lo sfruttava, coniò lo slogan “paga, somaro…”. Si chiamava Lega Nord.


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