Quelle vite felici  sino all’ultimo

Quelle vite felici

sino all’ultimo

È facile adesso pensare «andavano come i matti» (ma sarà così?), oppure «le strade provinciali non sono mica Monza» o «che ci facevano in moto alle tre di notte». Più difficile è cercare di capire cosa ha nella testa un ragazzo di vent’anni, in un mondo in cui ci si parla quasi in codice e le passioni sono un affare da tenere quasi segreto, da condividere con pochi altri eletti, spesso lontano dalla famiglia e magari anche dagli affetti.

Passioni a volte pericolose che possono diventare letali, perché a vent’anni «si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età», ha scritto Francesco Guccini, uomo di grandi accensioni ma con una riserva di saggezza. Davanti alla tragedia di Monte Marenzo, con Luca e Davide esanimi sull’asfalto, quarantuno anni in due, l’età in cui forse si incomincia a essere adulti, ci si domanda perché si possa ancora morire in sella a una moto, dopo le centinaia di incidenti simili accaduti negli anni.

Ogni volta chi come noi si trova a dover commentare la tragedia, ha di fronte i soliti elementi, gli stessi commenti, storie di bravi ragazzi, amici da una vita, famiglia tranquilla, lo studio o il lavoro, la passione per la velocità. L’incredulità dei conoscenti, il cordoglio, le frasi di circostanza, le lacrime dei compagni, lo strazio dei genitori. I fiori, posati sopra le macchie di sangue.

Fino allo schianto successivo, al prossimo lutto, ai titoli dei giornali con «la curva assassina» o la rotonda cieca, come se qualcosa di inerte fosse in grado di spezzare una vita o rovinarne per sempre altre. Ma non possiamo permetterci di fare i moralisti di fronte a una catastrofe come quella di sabato notte, perché all’età di Luca e Davide anche noi che scriviamo sfidavamo la sorte, prendendo per gioco una curva a cento all’ora su una Fiat 126 tirata a tavoletta. Sempre la stessa, chissà perché.

Non conoscevamo l’origine di quella follia, non avevamo miti particolari da emulare e nemmeno la passione per i motori, lo facevamo e basta, per di più durante il giorno e in un centro abitato, come cent’anni prima di noi i ragazzi spronavano il loro cavallo al galoppo sfrenato, magari soltanto per lanciarsi con un balzo da una riva all’altra di un ruscello.

Chi può capire cosa gira nel cervello di un ventenne, ciò che appare in superficie è quasi sempre una minima parte del ribollire interiore, della voglia di stupire innanzitutto se stessi, dell’andare oltre ogni limite, con la motocicletta che diventa un prolungamento del nostro essere, un moltiplicatore di potenza. Alla macchina si chiede quello che l’uomo non può dare, di regalare un’assoluta libertà, l’evasione dal normale, da ciò che da adolescenti ci pare banale e assurdo e invece è uno dei piccoli mattoni su cui costruire il futuro.

I morti sulle strade sono quasi sempre giovani, ricordano i caduti-bambini della Grande Guerra, quelli che partivano volontari senza conoscerne bene il motivo, perché a diciotto anni non sai nulla di politica né di economia mondiale, ma vuoi dimostrare qualcosa, essere un eroe, dentro di te una forza incontrollabile te lo chiede.

La morte di Luca e Davide ce ne ha rammentato un’altra, descritta in una recente lettura, la bella biografia che Rachele Ferrario ha dedicato a Margherita Sarfatti, il cui figlio primogenito, Roberto, cadde a diciott’anni sull’altipiano di Asiago gridando «Vittoria!» e assaltando quasi da solo una postazione austriaca.

Roberto, come Luca e Davide, fino all’ultimo istante della vita era stato felice.

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