Perché il merito aiuta i poveri

Perché il merito aiuta i poveri

I giornali, si sa, sono pieni di fuffa. Specialmente quelli nazionali, come si è visto nella recentissima tragedia di Asso, dove si sono esibiti in una serie di scemenze che la dice lunga sul livello medio della categoria. Ogni tanto, però, ci permettono di venire a conoscenza di analisi straordinarie, grazie alle quali possiamo capire davvero cos’è la realtà e cos’è il nostro paese.

Qualche anno fa, ad esempio, i principali quotidiani avevano pubblicato la notizia di uno studio realizzato da due economisti della Banca d’Italia che documentava come negli ultimi sei secoli le famiglie ricche di Firenze fossero rimaste esattamente le stesse. Benché fossero passate 25 generazioni e infiniti fatti storici non era cambiato nulla. Chi comanda e chi gode, dal Rinascimento a oggi, sono sempre i soliti. Ed è certo che questo diagramma si può declinare su tutte le altre città italiane.

Ora, la notizia è clamorosa, profondissima, dirimente. Avvilente. E la dice lunga su qual è il male che ci pervade, la vera radice dell’arretratezza, dell’immobilismo, dell’ingiustizia che imprigiona l’Italia alla condizione in cui si trova. E cioè all’impossibilità di una vera mobilità sociale. Perché non cambia mai niente. Chi nasce povero, periferico e sprovveduto è di fatto condannato ad esserlo per sempre, con minimi margini di libertà, perché solo pochissimi riescono a passare dal collo di bottiglia che permette di accedere al livello sociale superiore. O sei cooptato o sei miracolato o sei ben sposato (altro che #metoo…), altrimenti resti lì. E così i tuoi figli e i tuoi nipoti e tutti gli altri a seguire.

E se questo è vero - ed è disastrosamente vero – le barricate che la sinistra al gran completo, dalla politica al sindacato passando per i lussureggianti intelligentoni da salotto, ha eretto contro la parola “merito” pronunciata dal presidente del consiglio a proposito di scuola sono incredibili, ridicole e, se vogliamo dirla tutta, vergognose. E se averlo definito il ministero “dell’istruzione e del merito” è una furbata nominalista da quattro soldi, così come il nuovo tetto al contante è una penosa astuzia da Italietta anni Cinquanta (e buonanotte alla rivoluzione digitale…), il richiamo della foresta, l’ululato, il rictus della sinistra contro la meritocrazia è invece figlia di una cultura devastante che è esattamente l’opposto di quello che una sinistra (ma anche una destra) seria dovrebbe perseguire. Proprio come prevede l’articolo 34 della Costituzione.

Fa paura leggere che il merito è il male. E che è discriminatorio. Mentre è vero il contrario. Il merito è l’unico strumento che hanno i poveri, i figli di nessuno, i figli della serva per potersi far valere nella vita. Perché non hanno altro, né soldi né parenti potenti né rendite nobiliari né relazioni, loro possono contare solo su se stessi, sulla loro fatica, il loro orgoglio, la loro guerra contro il mondo, la loro capacità di darsi un obiettivo e raggiungerlo. Non lo diceva anche il mitico don Milani, di cui gli intellettuali, le intellettualesse e i tromboni sinistroidi si riempiono la bocca da mane a sera che “un operaio conosce cento parole, il padrone mille: per questo lui è il padrone”? Non erano stati Gramsci, Togliatti e Di Vittorio - roba seria, mica il Pd e i Verdi arcobaleno… - a mettere la cultura al centro della loro strategia?

Chi scrive questo pezzo ricorda perfettamente come già le sezioni del liceo della sua ridente cittadina del basso lago fossero organizzate per censo. I figli di papà nella A, gli alto borghesi nella B, poi via via digradando fino alla E, dove stavano i poveracci come lui, per arrivare infine alla F, riservata ai casi umani, agli iperattivi e agli scappati di casa. E si ricorda ancora meglio delle legioni di perfetti imbecilli che frequentavano la scuola, che non capivano una mazza, che non aprivano mai un libro e che venivano regolarmente bocciati o rimandati ma che, visto che erano figli di e nipoti di e amici di, dopo qualche anno te li saresti comunque ritrovati a capo di storiche aziende familiari (pronte da far fallire…), prestigiose associazioni e altisonanti Cda, a conferma dell’immortale aforisma secondo il quale al mondo ci sono persone così stupide che il buon Dio le fa nascere ricche, altrimenti morirebbero di fame…

Invece di perdere tempo in dibattiti grotteschi su quanto sia fondamentale chiamare il direttore donna “direttrice” - perché questo è il livello – come mai la sinistra non si è occupata di garantire a tutti, anche ai morti di fame, anche a quelli sbarcati dal gommone, uguali basi di partenza con tutti gli altri? Perché non ha preteso e imposto che tutti avessero la chance di farcela e che basta avere intelligenza, ma soprattutto voglia? Perché si è fatta intruppare in questa ignobile cultura dell’assistenza, dell’incompetenza, dell’egualitarismo straccione, dell’uno vale uno, del siamo tutti uguali, degli stipendi pari per tutti, del divieto di valutazione degli insegnanti, dello status quo, delle filiere familistico amorali, della palude, delle sovvenzioni, dei redditi di cittadinanza, della massa amorfa che vive di sussidi ed è quindi legata mani e piedi al carrozzone clientelare di chi comanda? Che roba è? Che sinistra è? E che destra è, per converso, se al di là delle facili declamazioni si comporta allo stesso modo oppure premia solo chi raggiunge l’obiettivo e butta a mare tutti gli altri?

Ne abbiamo viste e sentite di cose ignobili in questi mesi di campagna elettorale e ancora ne vedremo e sentiremo in questa nuova stagione politica, da una parte e dall’altra. Ma una più ignobile, più classista e più antidemocratica di questa probabilmente no. Napoleone diceva che nello zaino di ogni soldato si nasconde il bastone di maresciallo. E lui ne è stato la dimostrazione più lampante. In questo paese, in questa repubblica delle banane infida e fanghigliosa, non ci sono bastoni negli zaini, ma solo ombrelli. Quelli di Altan e delle sue celebri vignette.

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@DiegoMinonzio

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