Perché ci meritiamo  Alberto Sordi

Perché ci meritiamo

Alberto Sordi

Alla fine, passati quarant’anni, aveva ragione Nanni Moretti: ce lo meritiamo Alberto Sordi. In una delle sequenze giustamente più celebrate di “Ecce Bombo” - film che immortala i limiti e la grandezza del regista: egocentrico e irritante, ma al contempo profetico e acutissimo - era quello l’insulto che il protagonista rivolgeva a un cliente molesto che comiziava al bar sugli italiani che sono fatti così, rossi o neri, tutti uguali: “Ma siamo in un film di Alberto Sordi? Siamo in un film di Alberto Sordi? Te lo meriti Alberto Sordi!”.

In quella vera e propria profanazione di un mito assoluto dell’Italia non solo cinematografica del dopoguerra, ricordiamo che il film è del 1978, Moretti sfregiava non soltanto il tipico personaggio sordiano, cioè l’italiano piacione, facilone, pasticcione e, soprattutto, irrimediabilmente cialtrone, ma anche un modo di essere, un modo di vivere dell’italiano medio, privo di cultura, privo di valori, privo di dignità, sempre pronto a sottomettersi al potente di turno, a cambiare tutto perché nulla cambi, ad andare in soccorso del vincitore e totalmente avulso da ogni questione di coscienza, da ogni rischio, da ogni decisione che non sia funzionale al proprio piccolo potere, alla propria minima rendita di posizione, al proprio innato parassitismo etico-sociale. Franza o Spagna, purché se magna. Rossi o neri, tutti uguali. Appunto.

Il regista, figlio di quella borghesia intellettuale che ha costituito l’habitat, il brodo di coltura dell’intellighenzia comunista che ha segnato tanta parte della storia del secondo Novecento italiano, pensava, secondo la tipica forma mentale gramsciana che punta al controllo dei gangli culturali della nazione, di potere una volta per tutte, grazie a questa quotidiana e sotterranea educazione del popolo, superare l’antico regime, la palude consociativa, l’accidia dorotea. Insomma, come avevano tentato di fare tanti signori prima di lui, compreso il Crapone di Predappio, riuscire a cambiare finalmente gli italiani. Illuso. Ma questo fallimento lascia qualcosa di fecondo, di istruttivo, di pedagogico. E cioè che sì, siamo per davvero in un film di Alberto Sordi, e che sì, ce lo meritiamo per davvero Alberto Sordi. Noi. Noi tutti. Noi tutti quanti insieme. Nessuno escluso.

L’ultima conferma plateale arriva dai primi atti e dalle prime indiscrezioni sulla legge di bilancio preparata dal nuovo governo. Uno, se ancora vagheggiasse le fanfaluche di cui abbiamo parlato sopra, si aspetterebbe un percorso coerente con la natura dell’attuale esecutivo: visto che prima ce n’era uno populista, sovranista, di destra-destra e invece ora uno europeista, riformista, di sinistra-sinistra sarebbe del tutto logico aspettarsi una manovra contraria e opposta a quella elaborata da quelli gialloverdi, no? Certo, stiamo parlando di statisti di valore mondiale, per carità, ma di due scuole di pensiero che lontane, ma più lontane non si può (e sorvoliamo sul fatto che i 5Stelle ci fossero prima e ci sono pure adesso, altrimenti a uno scappa il “Wilma, dammi la clava!”…).

E invece no. La solita fuffa. Il solito ciarpame. La solita zaccherella. La solita minestrina riscaldata. Le solite deroghe. Le solite proroghe. Le solite sanatorie. I soliti condoni. I soliti pensionamenti. I soliti prepensionamenti. E fra un attimo - scommettiamo? - arriveranno la solita benzina, i soliti bolli e le solite sigarette. Insomma, il solito deficit, che tanto, sinceramente, diciamoci la verità, ma chissenefrega? Non c’è bisogno di essere Nobel dell’economia per prendere non le manovre di questi governi, ma quelle degli ultimi trent’anni e capire la cosa più banale e al contempo più sconvolgente. Sono tutte uguali. E uno, nella sua ingenuità, non si capacita. Ma, insomma, e Spadolini e Craxi e De Mita e Amato e Berlusconi e Prodi e D’Alema e Letta e Renzi e Conte e tutto il resto della compagnia cantante di destra e di centro e di sinistra e tecnica e istituzionale e di programma e di legislatura e balneare non dovrebbero essere cose diverse? No, sono una cosa sola. Un enorme caravanserraglio pinocchiesco tenuto assieme dall’unico nastro adesivo del potere all’italiana: più Stato, più debito, più corporazioni, più vincoli, più inefficienza, meno mercato, meno rischio d’impresa, meno investimenti, meno libertà, meno meritocrazia.

È questa l’immortale ricetta della repubblica delle banane. E i colpevoli non sono loro, che sono fatti così e quindi si comportano così. I colpevoli siamo noi. Che ce le beviamo sempre, le loro chiacchiere, i loro distintivi, le loro panzane, le loro balle spaziali, le loro pose da innovatori antisistema, che basterebbe guardarli in faccia e analizzare la loro sintassi per seppellirli dalle risate. E invece no. Noi a questo avanspettacolo continuiamo ad abbeverarci. Gente che gioca a fare quella di destra come se destra volesse dire ruttare, mangiare con le mani, esibirsi in mutande sul bagnasciuga, mostrare i muscoli che non si hanno e balconare e predellinare e trombonare sul popolo che non ne può più e gente che gioca a fare quella di sinistra come se sinistra volesse dire accogliamo tutti e soldi a tutti e sovvenzioni a tutti e pensioni a tutti e sanità gratis a tutti e scuola gratis a tutti e università gratis a tutti e galera al primo avviso di garanzia per tutti.

Ma tutto questo, tutto quello che ci rifilano sui media, è solo Circo Barnum, una scenografia di cartapesta che nasconde, sotto le promesse del paradiso in terra, l’unico stellone nazionale. E cioè il foraggiamento – a debito - delle rispettive clientele. Tanto è vero che i bistrattatissimi ottanta euro (porcata clientelare) tutti li insultavano e poi nessuno li ha tolti, il reddito di cittadinanza (porcata clientelare al quadrato) tutti lo insultavano e poi nessuno l’ha tolto e quota cento (porcata clientelare al cubo) tutti la insultavano e poi nessuno l’ha tolta. Non si hanno notizie di moti di piazza contro queste tre schifezze. Come mai, secondo voi?

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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