Non basta il confine,  siamo tutti un po’ furbi

Non basta il confine,

siamo tutti un po’ furbi

Siamo in molti al di qua del confine a nutrire ammirazione per tutto quanto ruota intorno alle strade elvetiche. A cominciare da quanto ci sta sotto, come i venti centimetri di bitume che garantiscono la totale assenza di buche e avvallamenti, che invece devastano gli asfalti nostrani.

Invidia finanche estetica per la vignetta autostradale: bella, pratica ed economica, al modico prezzo di 40 franchi - sempre quelli da decenni - consente di viaggiare su tutta la rete senza fare nemmeno un minuto di coda ai caselli. Da noi, a furia di aumenti, verrebbe da alzare il dito medio alla vocina che intima di «ritirare la tessera, grazie», quando si alza la sbarra.

Oltreconfine non ci sono sbarre né caselli. Ci sentiamo sollevati per l’efficienza con cui le polizie cantonali dell’intera Confederazione notificano e incassano le multe: non più di tre franchi di spese contro la rapina legalizzata dei 18 euro italiani - che peraltro non salvano dall’incubo delle code e dei disservizi postali - e possibilità di sanare le infrazioni al volo e online, con la carta di credito o tramite bonifico bancario, su un conto corrente aperto appositamente in Germania per semplificare vita e modalità di pagamento a tutti i cittadini europei, comaschi compresi.

Insomma quel che si dice una nazione moderna e civile. Un mito che ultimamente però si sta appannando, almeno per quanto riguarda gli amici del cantone a noi più vicino. Non vogliamo insinuare sospetti su possibili direttive politiche del Consiglio di stato a trazione leghista-ticinese, come noto piuttosto insofferente verso i molti frontalieri, ma ultimamente la polizia cantonale sembra quasi divertirsi in imboscate su misura a veicoli con targhe italiane. Ai cui conducenti si è contestato un po’ di tutto. In ordine di tempo, le crociate su chi dimenticava di accendere le luci, le stangate a chi viaggiava in moto con la patente B conseguita dopo un certo anno, il fiorire di autovelox, le migliaia di divieti di sosta notificati su solerte “delazione” dei privati, le pattuglie appostate alla prima curva della Chiasso - Lugano a palettare chi al primo giorno utile si è dimenticato di attaccare la nuova vignetta (a proposito, è il primo febbraio e si avvicina).

Diciamolo, sono soltanto impressioni senza prove, pensieri pseudo-andreottiani che ci fanno far peccato senza certezza che si indovini. Sempre in questa scia dietrologica si insinuano i dubbi sulle ore di paralisi totale sulla A2 in occasione di incidenti così banali che se accadessero in Italia non si scomoderebbe a rilevarli nemmeno un vice-vigile.

Tutte cattiverie, si dirà, la certezza è che oltreconfine la legge è sempre legge e tutti la rispettano. Invece di dubitare dovremmo solo vergognarci, perché decenni di furbizie e arte di arrangiarci hanno fatto di noi un popolo antropologicamente decaduto, ormai in riserva di senso civico ed educazione. Gente che già a Vacallo e Pizzamiglio rimedia figuracce.

Però poi saltano fuori queste notizie, di sei ticinesi su sette che non hanno intenzione alcuna di pagar le multe prese in Italia, dove obbedire non è un imperativo categorico ma un optional, e i dubbi tornano. Forse non c’è confine che faccia differenza, quando a fare i furbi non si paga dazio siamo tutti un po’ italiani. Svizzeri compresi.

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