Nel paese dei tartufi

vincono i peggiori

Il giornalista moralista - come tutti i falliti - è uno che sta sempre in cattedra. Predica, giudica, discetta, proclama, atterra e suscita, sanziona e riabilita, premia e punisce, pesta e accarezza, conferisce patenti oppure le toglie, impone mani, divide le acque, applica sigilli indelebili, distingue il vero dal falso, il grano dal loglio, dà la linea a noi popolo bue, a noi salmerie che, poveri bimbi, abbiamo bisogno dei santoni, dei maestri di pensiero, delle anime belle, delle meglio gioventù che ci insegnino a stare al mondo e ci istruiscano per cosa ci si indigna e per cosa no. Lezioni di conformismo. Sinossi di banalità. Trionfi di luoghi comuni.

Su questo tema, l’affaire Casamonica - tra i granguignoleschi funerali del patriarca e l’ospitata felliniana a “Porta e Porta” - ci ha regalato momenti indimenticabili. E che vergogna e che scandalo e che porcata, che insulto a Roma, al diritto, alla giustizia, all’etica e alla morale, che sfregio, che sbrego, che imperdonabile caduta di stile, che infamia per il giornalismo e per il paese e per l’umanità intera dar voce a questi cialtroni, a questi banditi, a questi mazzettari ladri assassini violentatori, loro e i loro funerali alla Al Capone con il cocchio e i cavalli e la mascherate e la colonna sonora del “Padrino” e gli elicotteri e i petali di rosa, non si era mai visto, signora mia, mai e poi mai, e poi quelle interviste pissi pissi da Vespa come se fossero dei vip dello spettacolo, i protagonisti dell’ultimo film dei Vanzina. E la deontologia? E il civismo? E la Resistenza? E la Costituzione? E il Partito d’Azione? È per questo che hanno lottato i nostri padri, i nostri martiri della libertà? E via a salmodiare, a sermoneggiare, a trombonare su siti, giornali e tivù. E che ditini alzati. Che toni. Che pose. Che occhi di bragia.

Ma scusate un attimo. Forse Vittorio Casamonica non aveva diritto al funerale che preferiva? La pacchianeria delle cerimonie funebri – pacchiane sì, ma meno pacchiane di certe cene sulle terrazze radical chic - è una scelta personale. Ognuno si fa seppellire come meglio crede: in frac, vestito da Tarzan, in compagnia di un mandolino, in una bara a forma di naso di Pinocchio o di sachertorte, con la banda, le majorette, le contorsioniste o i ballerini di flamenco. È un affare che riguarda lui e la chiesa che decide o meno di ospitarlo. Di certo non lo Stato e tanto meno gli spocchiosi commentatori pedagogisti tanto al chilo. Le disposizioni testamentarie si applicano a tutti - la morte è una livella pure in questo - e non a chi decide il moralista globale che, viscido e fariseo, alberga negli angoli più untuosi del nostro foro interiore. E poi perché tutti a parlare di boss? Dov’è la condanna per associazione mafiosa ai danni del signor Casamonica, di grazia? Chi decide di affibbiare qualifiche penali alle persone? La piazza? L’assalto ai forni? Le orde dei lanzichenecchi? E i due ormai celebri familiari invitati da Vespa non erano forse incensurati? E allora? Cos’è, non sono intervistabili perché brutti, sporchi, cattivi e analfabeti? Chi stila il codice deontologico delle ospitate? Il Gran Mufti della morale comune? C’è un funerale e c’è un’intervista: lì vige la libertà dei singoli - che rispondono alle leggi vigenti - e non dovrebbe esistere talebano perbenista che si arroghi di regolarla a suo piacimento.

E tutta questa pagliacciata mentre negli ultimi vent’anni in televisione e sui giornali ci siamo beccati di tutto, ma davvero di tutto. Le peggio porcherie, le peggio schifezze e le peggio mascalzonate e invece, su quelle, (quasi) tutti zitti, tutti smemorati, tutti troppo impegnati a arzigogolare sui nuovi orizzonti dell’informazione. Programmi e paginate, paginate e programmi dedicati a mafiosi, sgozzatori, matricide, parricidi, serial killer, gente che scioglieva i bambini nell’acido, Genny ‘a carogna, piduisti, stragisti, terroristi e interviste in ginocchio a statisti con i rialzo nelle scarpe e il catrame in testa che promettevano milioni di posti di lavoro o ad altri statisti che cucinavano il risotto assieme a Vissani o ad altri statisti ancora che sobrio come il loro loden non si era mai visto niente, insomma, interviste in ginocchio a chiunque prendesse il potere almeno per un po’. E poi, tutto il caravanserraglio informativo nazional-popolare al seguito: il lancio del nano, la donna barbuta, l’uomo salsiccia, il petomane, il prete rocchettaro, il finto suicida al Festival di Sanremo, le piazze del dolore, i professionisti dell’antimafia, i veggenti della cura contro il cancro, le vannamarchi, i bambini usati come macachi sul triciclo, le ninfette analfabete trasformate in opinionisti globali. Di tutto abbiamo subito dai nostri media, in questi anni schifosi. Ed è passato tutto in cavalleria, e ancora passa, e nessuno si indigna, denuncia, stigmatizza. Il problema sono solo e soltanto i Casamonica e le loro cafonate, non decenni di classi dirigenti che gli hanno permesso di allignare e prosperare. No, il problema è quando questi escono dalla loro fogne per apparire nel salotto buono della città e della televisione. Quello sì che a noi sepolcri imbiancati risulta intollerabile.

E allora scatta la predica. Soprattutto da parte di certe testate doppio-moraliste che passano la vita a fare gli esami a tutti e poi, magari, pubblicano un’intercettazione falsa – un’intercettazione falsa! – ai danni del presidente della Regione Sicilia e nessuno paga. E non c’è uno straccio di Ordine dei giornalisti, di sindacalista di categoria, di essere umano o anche disumano che dica o faccia nulla.

Qui killerano le persone a comando e nessuno dice niente. Forse perché loro sono specchiati giornalisti “de sinistra” e invece Crocetta è brutto, grasso e sudato? Forse perché è terrone? Forse perché è gay?

Niente. L’unico problema sono i funerali e le interviste dei Casamonica. L’unica certezza, invece, è che la fanno franca sempre i peggiori, in questo paese di tartufi.

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@DiegoMinonzio


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