Negozi chiusi

e istinti suicidi

La speranza, da molti manifestata sui social, che gli esercizi commerciali gestiti da cittadini di origine cinese chiudano “per sempre” a seguito dell’emergenza coronavirus dimostra quanto a fondo nell’ignoranza e nell’autolesionismo certuni siano disposti a sprofondare piuttosto che resistere ai propri pregiudizi.

Per frequentare i social network occorrerebbe ormai assumere l’atteggiamento dei Romani quando si inoltravano nelle viuzze della Suburra - bavero (?) della tonaca alzato e occhi bassi – tanto vergognosa sta diventando l’abitudine a cedere al richiamo di queste trappole. Se la realtà, fuori dalla Rete, è forse ancora decente, alla tastiera l’inibizione frana e molti azzardano affermazioni che al bar, perfino a ora tarda e dopo svariate bottiglie di rum, suonerebbero sgangherate.

Tra queste, appunto, il desiderio niente affatto malcelato che i “negozi dei cinesi” spariscano, spazzati via dalla paura del virus. In queste uscite si riscontra un certo risentimento verso la Cina, da cui il virus ha avuto origine (e al quale i cinesi stanno pagando, in vite umane, il tributo più pesante), ma anche se non soprattutto l’antico sospetto verso tutto ciò che è straniero.

Nell’articolo pubblicato ieri in Stendhal, la nostra sezione culturale, Fulvio Panzeri passava in rassegna le pagine che grandi scrittori, da Manzoni a Camus, da Sciascia a Bufalino, hanno dedicato ai tempi del contagio. Punti di vista diversi, una considerazione comune: la solidarietà umana è sempre l’atteggiamento migliore.

Alla tastiera, però, la solidarietà umana te la saluto: per richiamarla ci vuole uno sforzo di decenza che alcuni “leoni” del commento non riescono neppure ad abbozzare, certo per mancanza di adeguata muscolatura cerebrale e morale. Meglio ricorrere alla solita paccottiglia di luoghi comuni e agli strali contro i “centri benessere”, additati come equivoci, con disprezzo per chi li gestisce ma senza pensiero alcuno per chi li frequenta, ovvero in gran parte galletti di pura razza italica. E ancora, ecco il godimento sfrenato per il possibile tramonto di negozi che vendono “robaccia cinese” a prezzi “stracciati”, ovvero applicando, così si insinua, una concorrenza sleale nei confronti dei commercianti italiani. Considerazione di corto, anzi cortissimo raggio: stupirà qualcuno apprendere che la “robaccia cinese” ovvero - fuor d’invettiva - i prodotti di fabbricazione orientale, non li vendono solo i cinesi. Magari a prezzi maggiorati, li vendono, eccome, anche gli italiani. E i tedeschi e gli inglesi e gli americani. Le ragioni per cui la Cina ha accumulato uno strapotere nella manifattura di beni a basso costo sono molteplici e il processo che ha portato a questo stato di cose è discutibile e per certi aspetti deplorevole. Ma non è certo colpa del commerciante cinese sotto casa. Tutti noi, ogni giorno, contribuiamo in mille modi ad alimentare la macchina economica orientale. Lo ha scoperto, anni fa, Sara Bongiorni, autrice di “A year without Made in China”, resoconto di un esperimento particolare: 12 mesi trascorsi cercando di evitare ogni acquisto “cinese”. Una missione impossibile, per tentare la quale ha dovuto fronteggiare un bilancio familiare improvvisamente fuori controllo.

Di tutto questo, però, non si può fare colpa al piccolo o al medio-piccolo commerciante cinese che vive e lavora in Italia. Il quale contribuisce invece al Prodotto interno lordo italiano e anche al gettito fiscale italiano. È vero che molti “leoni” di cui sopra non esitano a spargere sospetti sulla lealtà dei cinesi nei confronti del sistema tributario, denunciando tra l’altro una certa familiarità con i maneggi più furfanteschi se non una vera e propria coscienza sporca, ma evasione fiscale e illegalità non hanno alcuna relazione con le etnie: vanno combattute senza riguardo per la provenienza dei presunti colpevoli. Fateci caso: spesso chi con aria complice sussurra “serve la fattura?” ha un accento molto più occidentale di quello riscontrato tra gli abitanti di Shanghai.

L’unica certezza disponibile, e dovremmo proprio sforzarci di comprenderla, è che se il Pil subirà un’indentatura dovuta alla chiusura degli esercizi cinesi, sarà il Pil italiano ad averla subita, non quello cinese, e se per la stessa ragione il gettito fiscale si ridurrà, sarà il gettito dello Stato italiano, che paga per sanità e altri servizi cui attingiamo tutti, a ridursi, non quello cinese.

Ci sarebbe infine da lanciare un invito a prodursi nello sforzo di immaginare lo stato d’animo di un cittadino italo-cinese, o comunque di origine straniera, magari residente nel nostro Paese da più generazioni, i cui figli vanno a scuola qui da noi, quando scopre di non essere considerato parte della comunità e di non esserlo mai stato. Al massimo, in tempi buoni, potrà sperare di esser visto come un simpatico orpello folkloristico. Se le cose vanno male dovrà invece prepararsi al trattamento riservato a un corpo estraneo, a un nemico al quale si augura l’estinzione. È probabile che alcuni non riusciranno mai in questo esercizio di empatia, impegnati come sono a proteggere un’identità che certa miopia mentale rende sempre più vaga, pretestuosa, meschina.


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