Morto Castagna  Ci insegnò  a perdonare

Morto Castagna

Ci insegnò

a perdonare

Avevano fatto scalpore le sue parole, la forza della fede che aveva dimostrato di fronte alla più terribile delle prove, quella che una sera di dicembre del 2006, lo aveva posto di fronte alla perdita violenta e atroce delle persone più care, la moglie Paola, la figlia Raffaella e il nipotino Youssef, uccise in quella che tutti ricordano come “la strage di Erba”. Lui, Carlo Castagna, aveva ripercorso la sua esperienza cristiana e lì aveva trovato la forza per non affondare nella disperazione, per cercare di capire perché era stato necessario per lui accettare il dolore più grande, non da solo però, sollevato dall’occhio di Dio che ha avuto pietà, che gli ha permesso di comprendere l’inspiegabile disegno di quella cecità feroce che si era abbattuta sulla sua famiglia. Aveva detto: «Io credo che in quell’attimo preciso il Padreterno abbia avuto compassione della mia situazione, che abbia voluto patire con me, ritornare a soffrire, lui sulla croce e io nel cortile, e insieme abbiamo condiviso questo grande strazio. Che con il suo aiuto era diventato … sopportabile».

Ora che Carlo Castagna ha raggiunto la casa del Padre, la sua lezione va ricordata, perché ha i contorni di quella che poteva nascere da un personaggio manzoniano. Infatti lui, in quella vicenda nera, di caduta negli abissi del male, di vittime innocenti, aveva testimoniato lo “scandalo della fede” e la sua testimonianza aveva suscitato dissensi, prese di posizione da parte di intellettuali e commentatori, che avevano “giudicato” la sua scelta controcorrente, quella di essere in linea con la sua forte educazione religiosa, con la fermezza della sua fede, con il principio di essere fedele a se stesso e quel Dio che lo aveva “salvato” quella sera, in quel cortile buio. Così aveva scelto non la strada dell’odio e del rancore, non aveva parlato di vendetta, ma aveva creduto alla forza del perdono, perché per lui era necessario trovare una pace di fronte a tutto quel male che aveva sconvolto e cambiato la sua vita. L’unica speranza e l’unica risposta a quell’abisso di abiezione era stata quella di non rispondere con la stessa violenza, con lo stesso rancore, ma attraverso l’insegnamento evangelico del perdono.

Aveva detto: «Noi dobbiamo sempre perdonare, altrimenti non potremmo più recitare il Padre Nostro, dire “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Con Dio ci vuole coerenza».

Quanta verità c’è in queste sue parole, che oggi è necessario ricordare, perché fanno parte di un’esemplarità che la nostra società ha perduto, dove perdonare diventa sempre più difficile, mentre trova sempre più spazio la cultura della vendetta, più di quella della giustizia, più ancora di quella del perdono. Castagna aveva ben chiaro che cosa voglia dire e quale sia la profondità e lo scandalo della sua coerenza, soprattutto quando spiegava di credere «che se quotidianamente il Padre perdona i propri figli – e anche io mi sento perdonato ogni giorno, pur non avendo commesso fatti così atroci – l’insegnamento di Cristo è la legge dell’amore. Voler bene alla persona che ne vuole a te mi sembra abbastanza scontato, voler bene invece…, riuscire a perdonare chi ti ha portato via i tuoi cari è qualcosa che da soli non saremmo in grado di fare. Però se Dio ci aiuta a trovare questa forza, noi possiamo essere graziati».

Per Castagna il perdono è stato una forma di grazia che Dio ha voluto per lui, per lenire il suo profondo dolore, una grazia che già aveva intuito quella sera, nel cortile della casa della strage, quando non si era sentito solo di fronte alla disperazione della perdita. Era convinto che «il Padre, oltre a dare il dolore, dà pure la forza», altrimenti tutto diventa disperazione, cieco buio, perdita di sé. Le sue parole ritornano ad interrogarci ancora oggi e rappresentano di nuovo uno “scandalo” per la nostra contemporaneità, incapace non solo di avere fede, ma soprattutto di guardare lucidamente alla speranza: il perdono è difficile da accettare, ma è necessario per ritornare a vivere, per far sì che la vita risponda sempre alla “legge dell’amore” e non a quella dell’odio. Dimenticando l’amore, il male trova la forza per dilagare, per diventare l’unica legge alla quale non sappiamo opporre una risposta responsabile, credibile.

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