Marino a testa in giù

nel teatrino dei buffoni

Quando, nel pieno dell’alluvione che colpì i quartieri nord di Roma nel gennaio del 2014, lo spirito di Pasquino, che da sempre offre la cifra di quella città magnifica, mefitica e maledetta, coniò l’aforisma “A Marino, sturace er tombino!”, abbiamo tutti capito come sarebbe andata a finire. Con il cadavere del sindaco appeso per i piedi a un titolo a nove colonne.

Un nuovo piazzale Loreto. Insulti, sputi, schizzi di piscio, sghignazzi, bastonate, sediate, vilipendi, l’ira funesta del popolo bue, del bue senza testa, il calcio dell’asino, la pugnalata di Maramaldo, il dagli all’untore, l’assalto ai forni. Il peggio del peggio di un popolo bambino, anzi, di una plebe senza decenza, senza orgoglio, senza memoria - metafora di ciò che dicevano quelli là: capitale corrotta, nazione infetta - specializzata da sempre nel soccorso al vincitore e nello sfregio allo sconfitto. Noi. Noi e sempre noi. Quelli che iniziano le guerre con un alleato - quello che poi perde - e le finiscono con un altro - quello che poi vince -, l’Italia femmina leggera alla quale ogni tanto bisogna concedere un giro di valzer con qualcun altro, quella che “con chi stanno oggi gli italiani?”, i legni storti, i servi, i cialtroni, i buffoni, i vigliacchi, quelli che “conoscono solo un tipo di fegato: quello alla veneziana, con le cipolle”. E tutta questa paccottiglia è andata in scena per l’ennesima volta: mancava solo il ridotto valtellinese, il cappotto da soldato tedesco e la Petacci che offre il petto ai colpi dei partigiani e la scena sarebbe stata identica. Gli italiani. I soliti italiani. I soliti, pittoreschi, insopportabili italiani.

È la degna prosecuzione della gazzarra al Senato di settimana scorsa. Stessa classe. Stesso tocco. Stesso stile. Il segno di una politica e di un paese alla canna del gas. Da una parte l’ennesimo naufragio dei nuovisti, dei diversi, dei marziani, degli arancioni, dei moralisti antropologicamente superiori e altri rispetto al pattume con il quale devono purtroppo avere a che fare, quelli che credono per davvero - sono tutti, o quasi, brave persone - di poter governare le città e gli Stati e di cambiare la politica a colpi di aspersorio, di lezioncine, di boldrinate, di moralismo, di girotondismo, di movimentismo d’accatto e di mondialismo da strapazzo, e non grazie all’efficienza, alle regole, al mercato. Chi sbandiera l’onestà, di solito lo fa per nascondere l’incompetenza, perché l’onestà (vero, reduci inconsolabili del berlinguerismo?) è una foglia di fico, una sottile demagogia: è condizione ovvia e pre-politica, che nulla ha a che vedere con la capacità di capire i problemi e di risolverli.

E così facendo - e stiano attenti i Cinquestelle, che non esiste sindaco più consono al loro modo di essere di uno come Marino - finiscono per l’ennesima volta per delegare la scelte del governo ai soliti noti. Ai giudici. L’altro ieri Di Pietro, ieri De Magistris e Ingroia, oggi Cantone, domani chissà. E siamo punto e a capo. Dopo vent’anni da Mario Chiesa siamo sempre lì. Continuano (quasi) tutti a mangiarsi le gambe del tavolo e come soluzione non si trova altro che la delega in bianco al primo magistrato demiurgo che passa.

Dall’altra parte, invece, il sistema. La casta. La nomenclatura. Quella che si era inventata l’alieno Marino, il pupazzo ingestibile Marino, il gaffeur Marino per sbandierarlo come uno straccio rosso in faccia ai grillini, alla Leopolda e ai tempi nuovi che incombevano un paio di anni fa. Una maschera, un calco, un velo del Palazzo. Tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse, come sempre dai tempi di Donnafugata, dei Salina e di Bendicò. E fa davvero impressione vedere tra gli instancabili dell’accanimento su quel che resta del matto del Campidoglio i peggio mascalzoni del centrosinistra, i peggio papponi del centrodestra, i peggio margnaffoni del centro-centro, i peggio untuosi del tecnicismo tecnicamente tecnico, che poi alla fine in quella città sudamericana - e un po’ in tutta la nostra Repubblica dei capperi - rappresentano solo una finzione scenica, una buffonata, una pagliacciata. Non esiste alcuna distinzione tra destra, centro, sinistra e tecnici. Quello è spettacolo, teatro, commedia. L’unica distinzione che conta per davvero è quella tra chi sa stare al mondo e chi non conta una mazza.

Adesso eccoli lì, tutti quanti scatenati. A fare la lezione, la predica, la morale. E la città è uno schifo e i rifiuti e i pullman che sprofondano e le buche e i sampietrini e la Panda rossa e i tassinari e le fatture al ristorante (ne fanno così poche che se le ricordano a memoria…) e le periferie e i centurioni e i Casamonica e Romanzo criminale e Suburra e il Cecato e la Magliana e il Giubileo e Totti e le coppie gay e lo schiaffo di Bergoglio e il dottore è fuori stanza e qui il più pulito c’ha la rogna e il primo che s’alza comanda. Ma perché, prima di Marino andava in un modo diverso, putacaso? E negli ultimi tremila anni com’è che è andata, da quelle parti? E vogliamo scommettere sui prossimi tremila? Qualcuno ha mai visto metropolitane scandinave, bus ecologici, traffici intelligenti, bilanci di Atac più floridi di quelli di Google, assenteismo inesistente, clientele non pervenute, appalti adamantini, familismo moralissimo? Non è sempre stata e sempre sarà la città del “ce lo meritiamo Alberto Sordi”? Quanti ne sono passati di sindaci tromboni, soloni e fanfaroni, con le loro primavere romane, i loro risorgimenti di regime, i loro giornalisti tappetini lesti a magnificare la banalità del marketing?

Guardateli bene in faccia, i campioni della politica che si preparano alle elezioni e guardate bene chi li muove, quali interessi rappresentano. Altro che Ignazio Marino. Sembrano usciti tutti quanti - i grillini no, loro hanno ancora tempo prima di iniziare a marcire - da una pagina memorabile de “I vicerè”, capolavoro risorgimentale di Federico De Roberto che non legge nessuno: “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo farci gli affari nostri”.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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