Ma la terza punta  del governo è Mattarella

Ma la terza punta

del governo è Mattarella

Magari non sarà filo Putin come qualcuno teme già. Ma il nascituro governo è venuto fuori dalle montagne russe. Quattro giorni di saliscendi fino all’ultimo pendio valicato ieri, quello del ruolo di Fratelli d’Italia. Se questi ultimi, supportati da Salvini, avessero preteso un ministero, i 5Stelle sarebbero saltati per aria e il capo dello Stato avrebbe scongelato Cottarelli che invece è rimasto felicemente in freezer. Meloni&C. garantiranno invece l’appoggio esterno che è quanto di meglio potevano augurarsi Luigi Di Maio e Matteo Salvini, soprattutto in Senato dove la coperta dei voti si allungherà.

Il nuovo governo ha già ricevuto una carezza dall’amministrazione americana che si è detta pronta a lavorare con lui. Poteva andare peggio. Nella compagine non mancano anomalie e stravaganze. La prima è quella del presidente del Consiglio, il professor ex Carneade Giuseppe Conte, che sembra destinato a contare poco. Già Berlusconi, uno un tantino un po’ più ingombrante, si era accorto con delusione, una volta approdato a palazzo Chigi, che il numero uno del governo non aveva chissà quali poteri ed era anzi più o meno un “primus inter pares” tra i ministri. Chissà se Conte riuscirà quantomeno a non ridursi a un “pares” e basta tra i capi di due su tre forze della sua maggioranza che si sono ritagliati il ruolo di vice e assegnati ministeri strategici.

Una curiosità di questo esecutivo che inaugura di fatto la Terza Repubblica è che, come nella Prima ha al proprio interno i capi partito della maggioranza senza che nessuno di questi sia il premier: una specie di dicastero Andreotti non fosse che Giulio era di un’altra pasta politica rispetto a Conte. Comunque il governo del cambiamento, accezione che può essere positiva quanto negativa perché non è detto che le cose mutino sempre e solo in meglio, è una Nazionale a tre punte in cui il premier potrebbe toccare pochi palloni.

A Di Maio e Salvini va aggiunto infatti il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, senza la cui azione Conte sarebbe ancora un professore e l’Italia diretta verso un’allarmante e inutile elezione bis in pochi mesi. Il capo dello Stato ha usato tutto il suo potere, la sua esperienza politica e i suoi contatti per consentire una soluzione politica rispettosa del voto degli italiani ma il meno traumatica possibile per l’Italia. Il fatto che di Maio, nel giro di una manciata di ore, sia passato dalla richiesta di impeachment all’inchino davanti al “trono” che fu di Papi e Re, ne è la prova. E se il capo politico dei 5Stelle è uscito dall’angolo in cui lo aveva infilato Salvini, lo deve solo al presidente della Repubblica.

È la Costituzione, bellezza. Quella Carta che ha resistito finora a ogni tentativo di stravolgerla e che contiene i meccanismi che consentono all’inquilino del Quirinale di svestire quei panni notarili che erroneamente gli sono stati spesso cuciti addosso. Se il nuovo governo nasce con in tasca il passaporto per l’Europa, al di là della sguaiata uscita di ieri di Junker, è per merito di Mattarella. E lo stesso vale per i mercati che, con ogni probabilità resteranno occhiuti ma hanno già cessato quel devastante fuoco preventivo sul nostro paese.

Se si escludono quelli di Di Maio e Salvini, tutti i ministeri chiave sono finiti a tecnici che avrebbero potuto fare parte della squadra di Mario Monti e anche qui c’è lo zampino del saggio e canuto post democristiano.

Ed è certo che Mattarella non si asterrà nell’intervenire, sempre nei limiti che la Costituzione gli impone, anche quando il governo entrerà in azione.

Quello che accadrà ora lo scopriremo solo vivendo. Sapremo se due forze politiche, sia pure privilegiate dagli elettori, che non potrebbero essere così dissimili, una volta privati dall’unico tratto comune cioè l’euroscetticismo, riusciranno a stare insieme e per quanto. Assisteremo alle conseguenze su un centrodestra tradizionale che da ieri sera non esiste più con un partito in maggioranza, l’altro all’opposizione, il terzo nella terra di mezzo dell’astensione. Cosa accadrà alle giunte delle Regioni del Nord? Cosa farà Berlusconi che fino a ieri aveva l’acquolina del voto con la possibilità di candidarsi? E il Pd che adesso si trova di fronte a un’autostrada per l’opposizione riuscirà a ridare un senso (o a darlo) alla propria esistenza in vita? E chissà se le grisaglie ministeriali non trasformeranno tanti incendiari in pompieri?

L’unica certezza è la presenza di Mattarella al Quirinale. Il resto è brivido e speranza che comunque si riesca a fare qualcosa per un paese che di tante cose ha un disperato bisogno.

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