Lo  spettacolo di noi  nell’arte di Vitali

Lo spettacolo di noi

nell’arte di Vitali

Dicono di lui, finalmente, che era un genio. Ma senza saperlo. Ebbene, non è proprio esatto. Giancarlo Vitali sapeva di essere un pittore, cioè di essere capace di esprimersi attraverso i mezzi che l’arte del creare immagini consente, attraverso varie tecniche, dal disegno al dipinto ad olio all’incisione.

Niente acrilici o smalti o materiali spuri, che si deteriorano fino alla sparizione. Pittura della tradizione, la sua, destinata a durare. Controcorrente. E chi per tutta la vita si è dedicato soltanto a quello, con una costanza che considerava l’impegno di ogni ora della giornata (nel pomeriggio o di notte, preferibilmente) il solo modo di essere vivo, significa di aver piena coscienza di sé. E di credere a quanto si produce, al punto di non cercare nemmeno di pubblicizzarlo. Diceva che un giorno o l’altro, qualcuno se ne sarebbe accorto. È avvenuto. Dopo l’entusiastica presentazione di Testori, non sono mancate altre occasioni di farsi conoscere. Alla fine, quando ormai non aveva più le forze per dar lena alla sua vocazione, ci hanno pensato i figli: Velasco, che ha ripercorso in quattro mostre a Milano le fasi del suo cammino di artista confrontandosi direttamente con lui in un rapporto non solo affettivo ma professionale, e Sara, che ha prodotto una serie di volumi coinvolgendo uno scrittore quasi di famiglia come Andrea Vitali per togliere dai cassetti di casa tutti gli innumerevoli fogli colmi di figure lasciati lì per anni e anni, e trasformarli in illustrazioni.

Lui ha lasciato fare, grato ma distante. Il corpo a corpo quotidiano, solo nel laboratorio delle idee, con il pennello o il bulino in mano, la tela o il foglio di fronte, non era più possibile. Da vecchio poteva solo ricordare, riflettere, sognare. La casa in cui aveva vissuto e lavorato era divenuta l’unico rifugio possibile, una fortezza inespugnabile, governata dalla preziosa compagna di sempre, l’amata moglie Germana. Non usciva più da molto, molto tempo, perché il mondo esterno, persino il suo paese, erano cambiati. Il suo mondo era confinato fra le pareti domestiche, per sempre, con tutti i dipinti appesi ai muri, accatastati nei ripostigli, chiusi negli armadi. In loro, erano conservati gli autoritratti eseguiti in età diverse, le effigi delle persone care, qualche visione della realtà colta più per documentare lo scorrere del tempo che per scelta rappresentativa. Un archivio personale, un diario, che poteva diventare un termine di confronto allorché coglieva il modo di entrare nell’ambito del suo paesaggio interiore: e allora, con uno scatto d’orgoglio, si raffigurava nel campo dipinto per mostrare agli altri qual era veramente, concretamente ciò di cui era circondato ogni giorno, ogni notte, ciò che vedeva, toccava, rappresentava.

Ciò che gli bastava, senza muoversi dal suo fortilizio domestico, senza farsi confondere dal tumulto delle piazze e delle strade, in un microcosmo paesano che non gli interessava più, dopo averlo studiato come un campione di umanità da rimpicciolire, vetrificare, sezionare al microscopio. E da alternare a figure diverse, di fiori, di oggetti, come se fossero parte del campionario di gente, un illusorio caleidoscopio di apparenze da mescolare con tutta la congerie di esemplari umani raccolta e fissata su tele, fogli, tavole.

Il villaggio di Vitali! Vivace, certo nelle pennellate decise e cariche di colore, con i toni accesi dell’”oltranza”, dell’estrema ricchezza cromatica funambolicamente esaltata da Testori, ma deformata nelle linee di contorno, nelle sagome descrittive da un intento di esasperazione espressiva. Non personaggi, ma maschere, attori di un teatro somigliante ad un paese che magari potrebbe rifarsi ad un Bellano del passato prossimo, però si distanzia per l’acredine con la quale sono calcati i profili degli attori che animano le scene, riducendoli a comparse di un’esistenza collettiva travalicante nell’involontaria, anche se inconsapevole, comicità. Comparse di una commedia che talora precipita nel dramma, con le visioni di una esibita macelleria domestica, carni di animali sventrati, sanguinolenti, cenni di altri massacri di esseri viventi.

In mezzo a questo scenario variegato di un consesso umano, dalle fisionomie riconoscibili anche se alterate, s’insinuano in parecchi casi segni della degenerazione in follia dei comportamenti o addirittura dei presagi di morte che abbrunano i momenti apparentemente più spensierati, i convivi più gioiosi e voraci, raggelando le pretese di scordarsi del destino di ciascuno per credere ad un festino senza fine. Mi è sempre parso che nel presunto sapore paesano di tanti scenari vitaliani ci fosse un richiamo di sapore medioevalista, non dissimile dalle danze macabre di tanti affreschi ecclesiali: come se sotto i corpi delle persone raffigurate si distinguessero sempre e comunque gli scheletri. Certamente questi effetti di denuncia della vacuità di qualunque piacere venale e il monito dell’effimera consistenza della vita umana sono più evidenti nelle acqueforti, dove gli stessi soggetti dei dipinti incontrano nella rinuncia al colore, nei calcati chiaroscuri, nel perentorio scavo dei tratteggi, motivi per una maggiore leggibilità dei significati che nella diffusa variabilità cromatica dei dipinti potrebbe apparire in secondo piano.

L’arte di Giancarlo Vitali, il suo valore universale e tutt’altro che limitato ai confini di un territorio di provincia, è comunque racchiusa nelle tracce di questa ricerca sul senso del destino dell’uomo. Quando ventisette anni or sono mi sono chiesto come il suo genere di pittura potesse adattarsi ai fossili e ai reperti geologici raccolti da Antonio Stoppani per rappresentarli in una serie di incisioni, ho capito all’improvviso come fossero apparentabili alle silhouettes di tutto il suo “bestiario umano”. Tanto più se sullo sfondo venissero collocati, come in quell’occasione, i massicci dirupi alpini, simbolo di una presenza perenne. Un po’ di silenzio, prego, per onorare un artista che ha scelto di farlo scendere dentro di sé, il silenzio, e guardarci per quel che siamo, con un malinconico sorriso, nel tempo che ci è dato per dare spettacolo di noi.

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