Lo jihadista va a ballare  non si trova in moschea

Lo jihadista va a ballare

non si trova in moschea

L’abbiamo visto dare calci al pallone o magari arrivare con la spesa, bere una birra con il resto del branco, parlare al cellulare o ascoltare musica con le cuffiette. Magari. O forse non l’abbiamo mai incrociato, perché nel mondo globalizzato è sempre più difficile conoscersi o riconoscersi, così il vicino di casa diventa ignoto, al massimo se ne sa qualcosa dopo una frettolosa raccolta di “si dice”, perché la diffidenza verso il nuovo o il diverso è innata, specie se si tratta di stranieri.

Così capita di scoprire lo jihadista della porta accanto, un uomo-ombra fino a ieri insospettabile, parte di un nucleo familiare pulito e lavoratore, un adolescente cresciuto in fretta e uscito dagli schemi in un paesotto della Brianza, non in una banlieue di Parigi e nemmeno in una qualche Molenbeek-Saint Jean del Belgio.

Un nemico che forse conosciamo di vista, ma immaginiamo soltanto un po’ sbandato, come spesso capita a quell’età, i vent’anni di chi non ha radici e nemmeno legami di sangue con una terra che non è la sua, immesso in un substrato culturale sconosciuto come fosse una palma piantata nelle Alpi.

Piccoli furti, violenza, resistenza a pubblico ufficiale, i verbali di polizia parlano di un ragazzotto, come ce ne sono tanti nelle grandi e piccole città. Deragliati, in una società senza valori né confini, fulminata dai consumi e dagli odî religiosi e razziali, un mondo simile a un blob che tutto ingloba metabolizza e digerisce, riempiendoci di scorie tossiche.

Questo era fino a ieri Gaith, di origine tunisina, trapiantato nella Brianza meratese dove un tempo Carlo Linati passeggiava a piedi raccontando un paesaggio incantato di ville orti e giardini, oggi una sorta di no man’s land dove i centri abitati sono tutt’uno con capannoni e ipermercati, in un dedalo di stradette e rotonde senza soluzione di continuità.

Ora si viene del decreto di espulsione per il ventenne tunisino, subito eseguito dalla Digos, perché il ragazzo è un potenziale estremista islamico, avendo abbracciato la causa jihadista come suo fratello Ghassen, già combattente in Siria e postato da Gaith su Facebook con tanto di kalašnikov ad armacollo e un delirante messaggio in cui inneggia al martirio e alla grandezza di Allah.

Fossimo stati negli anni ’70 e il ragazzo italiano, avremmo letto le sue imprese tra quelle delle Br o dell’eversione nera, perché la spinta a distruggere è la stessa, così la rabbia e la frustrazione, la spasmodica ricerca del brivido che viene da una vita insulsa priva di stimoli positivi.

Il giorno successivo all’attentato a “Charlie Hebdo”, uscì in Francia “Nella testa di una Jihadista” (da noi pubblicato da Tea), un libro inchiesta della giornalista Anna Erelle (nome di fantasia) sul reclutamento dei “foreign fighters”, i combattenti per lo stato islamico provenienti per lo più dall’Europa.

Erelle creò un finto profilo su Facebook fingendosi una ventenne francese convertita all’Islam e fu subito contattata da un altro compatriota trasferito in Siria, Abu Bilel, addirittura braccio destro di Abou Bakr al-Baghdadi, capo dello Stato Islamico e, secondo la rivista “Time”, l’uomo più pericoloso del mondo. Il terrorista dicendosi innamorato di lei, la convince a partire per la Siria e qui la ragazza capisce che il rischio è troppo grande e ritorna in Francia, distruggendo account e cellulari, ma non riuscendo a sfuggire alla persecuzione, arrivata fino al giornale in cui lavora, tanto da essere costretta ad abbandonarlo e a vivere sotto scorta.

Un libro che andrebbe divulgato anche nelle scuole, per far capire come il pericolo sia dietro l’angolo, e il vicino sconosciuto a volte sia più temibile di chi frequenta la moschea e prega perché convinto che la sua fede sia fonte di vita e rispetto per l’altro, non follia generatrice di una infinita catena di violenze.


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