L’Italia del palazzo

ci riporta a Fellini

Quando Renato Brunetta – scortato da Frizzi, Pacciani, Lotito, l’arbitro Ceccarini, il Canaro della Magliana e l’Uomo Salsiccia – ha annunciato alla nazione che da lì in avanti l’Aventino delle opposizioni avrebbe fatto vedere al governo Renzi i sorci verdi, si è fatto subito silenzio. Un silenzio assoluto. Un silenzio assordante. Un silenzio di neve.

I piccoli cuccioli d’uomo hanno interrotto i loro giochi di bimbo. Le fattrici delle paludi pontine, eroicamente bonificate dal padre della patria, hanno alzato uno sguardo compreso verso l’orizzonte. Il malleo domator del bronzo, bloccato le sue cadenze infernali là dove si crea l’acciaio della volontà di potenza. I Cupidi di San Valentino, interrotto il loro volo celestiale fra cuori teneri e infranti. Silenzio. Silenzio stupefatto. Poi, poco a poco, invisibile e termitesca increspatura destinata a diventare marea, burrasca e uragano, dai quattro angoli del Belpaese si è propagata una clamorosa, oscena, omerica risata. L’Italia dei buffoni – facendosi largo tra qualche centinaio di morti annegati a Lampedusa, l’avanzata dei tagliagola islamici in Libia, lo spazio vitale ghermito dai nuovi russi sovietizzati e altre quisquilie del genere – è tornata finalmente a riprendersi il palcoscenico. Era ora.

La foto di gruppo del fronte popolare antirenziano – Lombroso docet - è davvero spettacolare: il leghista trinariciuto, il vendoliano forforoso, il postfascista che lui non ha mai dimenticato e l’amazzone berlusconiana saltabeccante da un partito all’altro a far da corona all’ex socialista stizzito e incazzoso: tutti coesi, adesi e protesi nella difesa dei diritti conculcati della democrazia democratica e della carta costituzionale più bella che c’è. Meraviglioso. Gente che ha passato gli ultimi mesi a sputarsi negli occhi e a rigarsi la portiera della macchina - con quel tocco di grottesco tipico della natura di Forza Italia, visto che ulula al colpo di Stato dopo aver fatto da scendiletto del bulletto di Firenze per un anno intero – ora tutta assieme appassionatamente come dopo il delitto Matteotti. Tutto vero. Poi uno si domanda perché la gente guardi il Festival di Sanremo. Ma ti credo. In confronto al Parlamento e alla stragrande maggioranza dei suoi scienziati nominati dai partiti, rappresenta un’oasi di serietà, cultura e fair play britannico.

In queste ultime settimane segnate da eventi drammatici e sanguinosi, alcuni intellettuali si sono domandanti se l’Occidente non ne possa più della libertà. Troppo faticosa da sostenere, da difendere, da diffondere. Troppo esigente, troppo impegnativa per uomini piccini e caduchi come noi, resi ancor più bolsi e inetti da settant’anni di benessere laicisteggiante e consumista, che ne ha annacquato gli ultimi scampoli di legame ai valori e ai bisogni primari. Alti interrogativi, davvero. Vasto programma in cerca di risposte. Scivolando verso il basso e immergendosi nella melma flaianesca, felliniana del nostro palazzo, è invece certo che noi italiani – come ha acutamente sottolineato Filippo Ceccarelli su “Repubblica” - non ne possiamo più, se non della libertà, sicuramente della democrazia. Non ne possiamo più di loro. Non ne possiamo più di noi, visto che li abbiamo votati, sopportati e in fondo perdonati. Non ne possiamo più di nulla, in generale, e non aspettiamo altro che arrivi qualcuno a cui delegare baracca e burattini e ci pensasse un po’ lui, mentre noi torniamo a farci i nostri santi e porci comodi. Ci è andata male con Mussolini, con la diarchia Dc-Pci, con Craxi, con Berlusconi e pure con il partito delle Procure, beh, se ne occupasse Renzi e facciamola finita con la partecipazione, l’impegno civico e tutte le altre fregnacce moraliste al seguito.

Se politica e calcio sono due delle tre architravi su cui si basa la nostra repubblica dei datteri - la terza non si può dire – non è un caso che la pagliacciata di Montecitorio e quella della telefonata di Lotito siano venute a maturazione all’unisono. Metafora delle cultura condivisa. Ritratto di famiglia. Autobiografia della nazione. Affresco lussureggiante e granguignolesco di un paese sudamericano che sceglie e lascia ai propri vertici figuri che in qualsiasi civilissima repubblica dell’Africa sub-sahariana sarebbero già stati spediti a calci nel sedere a scaricare le cassette al mercato coperto.

Non c’è senso etico, senso della decenza e della vergogna. Non spirito patriottico, figurarsi. Ed è per questo che, in fondo, a noi risulta del tutto incomprensibile un film così nobilmente retorico come “American Sniper”e quegli americani che piangono durante l’inno nazionale prima della finale del Super Bowl. Perché il nostro riferimento non potrà che essere sempre l’Alberto Sordi soldato cialtrone de “I due nemici” e quell’altro che traffica in romanesco contro il povero Carpi. Non c’è stata Rivoluzione francese, né riforma protestante, né teste di re rotolate nel cesto, né incunabolo dello Stato moderno leviatanico e prefettocratico, né borghesia conscia del proprio ruolo guida della nazione, austera e bacchettona forse, ma leale e inflessibile.

Né editori puri pronti a fare business con l’informazione, ma anche a usarla come steccato invalicabile dei diritti. Perché a leggere le cronache del palazzo sfornate negli ultimi giorni, se da una parte c’è da sghignazzare sull’adunata circense delle minoranze, dall’altra c’è da rabbrividire per il quantitativo di saliva e leccapiedismo che inzacchera la narrazione delle imprese del giovin signore fiorentino. Parafrasando gli strepitosi affreschi di Giampaolo Pansa degli anni Ottanta, qui siamo oltre il liderismo, oltre il craxismo, oltre il berlusconismo e financo oltre il ducismo. Qui ormai, con le lingue vellutate che accompagnano Renzi verso la gloria nei secoli dei secoli, siamo arrivati al paternostrismo. Ma lui non è la Thatcher e tantomeno De Gaulle. Lui è solo un italianuzzo, come tutti quelli che lo hanno preceduto. Ed è per questo che qui da noi farà un carrierone.n

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@DiegoMinonzio


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