L’emergenza richiede  tempi più rapidi

L’emergenza richiede

tempi più rapidi

Ieri una giornalista di Sky Tg24 mostrava un documento. Era la risposta alla richiesta d’asilo inoltrata nei giorni scorsi da un migrante. Che veniva convocato a novembre per l’udienza. Come passerà il tempo e soprattutto in che modo sbarcherà il lunario questa persona da qui a quella data non è dato a sapere e neppure sembra interessare più di tanto a una burocrazia che rischia di diventare più dannosa del razzismo. Tutto in regola, queste sono le procedure della legge anche se, naturalmente, siamo il paese europeo con le procedure più lunghe per le regolarizzazioni. Un iter ordinario di fronte a una situazione che ormai ha superato anche i confini della straordinarietà per trasformarsi in emergenza quotidiana. E come tale dovrebbe essere affrontata. A Milano come a Como. Perché gli unici confini invalicabili sono rimasti quelli dell’Italia con la Francia, l’Austria e soprattutto la Svizzera. Che resteranno ancora più blindati dato che la Germania, meta finale di coloro che sono arrivati a San Giovanni dopo un viaggio allucinante, ha detto che non vuole più ospitare nessuno. Sono finiti i tempi di Angela Merkel comprensiva di fronte alla bambina palestinese che chiedeva di fare l’università. L’anno prossimo ci sono le elezioni e l’accoglienza non fa guadagnare voti.

Sarà per questo, anche dalle nostre parti, che le forze politiche quando non sono in maniera aperta contro l’assistenza a queste persone in fuga da guerre, carestie e regimi autocratici come quello etiope che in confronto Erdogan è un campione di democrazia, si muovono con cautela, anche comprensibile, ma non più adeguata alla situazione. Questa è un’emergenza e come tale va trattata. Con azioni rapide ed efficaci e decisioni coraggiose anche se impopolari. Perché la politica dovrebbe essere in grado di guardare oltre l’oggi per evitare che un domani la situazione si ripeta magari peggiorata.

Non si vuole prendere in considerazione l’aspetto umanitario, delegato all’encomiabile universo del volontariato comasco che poco parla e tanto fa? Va bene, del resto tutti abbiamo già i nostri problemi con la crisi e il resto, il che aiuta a voltare la faccia dall’altra parte. Pensiamo allora all’immagine di Como: una città che ogni giorno viene sbattuta, assieme a Ventimiglia, su tutti i Tg e in buona parte di quotidiani come quella in cui un numero crescente di migranti bivacca nella principale stazione. Questo è l’agosto in cui forse non ci sono mai stati così tanti turisti. Siamo sicuri che continueranno ad arrivare con quello che si vede e che ormai ha valicato (lui sì) i confini italiani?

Ecco una buona ragione anche per coloro che non considerano tale l’esigenza di assistere a tanti bambini, donne e uomini perlopiù con storie allucinanti alle spalle e per cui il nostro deprimente Pil nazionale rappresenterebbe una ricchezza incommensurabile. Programmare il futuro di Como, che dovrà per lo più costruire il suo di Pil sul turismo, significa anche tenere conto della sua posizione di confine e della situazione internazionale che rischia di trasformare in cronica l’emergenza migranti. E allora sarebbe il caso di pensare a strutture permanenti di accoglienza, ovviamente provvisoria. Magari di far cadere questo tabù sulla caserma De Cristoforis in gran parte sotto utilizzata. E anche realizzare una rete pubblica consolidata di assistenza sociale, sanitaria e legale per queste persone. Far finta che il problema non esista serve solo a peggiorare le cose. Perché è facile dire, anche qui mettendo da parte gli aspetti umanitari: “rimandiamoli a casa loro”. Fosse una soluzione concreta, si potrebbe provare. Ma comunque tornerebbero. O ne arriverebbero altri. Che non si possono lasciare all’addiaccio, in mezzo alla strada. Per tante ragioni, umanitarie e non.


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