Lega-5 Stelle. rivoluzione  già finita a tavola

Lega-5 Stelle. rivoluzione

già finita a tavola

Strane cose accadono. Gratti il Di Maio e ti spunta il Forlani, gratti il Salvini e ti sboccia il Rumor. Quando, dalle prime indiscrezioni uscite dal tritacarne del circo mediatico che da due mesi ci ammorba l’esistenza, si è scoperto che la flat tax del nuovo asse di governo Lega-5 Stelle sarà composta da due aliquote e da quattro scaglioni - cioè l’esatto contrario della tassa piatta ad aliquota unica - un momento di silenzio si è creato nei cieli della nostra rissosa, irascibile, carissima repubblica delle banane.

Un silenzio immoto. Un silenzio assoluto. Un silenzio di neve. Poi, dai borghi, dalle valli, dai falansteri, dalle masserie, dalle risaie, dai bar dello sport, dalle bocciofile del paese e dalle auto in colonna in tangenziale è rimbombata l’eco di una gigantesca, pantagruelica, omerica risata. Un momento di vero spasso, destinato a moltiplicarsi in progressione geometrica quando si è pure saputo che l’altro caposaldo dell’alleanza giallo-verde, il celeberrimo reddito di cittadinanza, dovrebbe avere una durata a tempo. L’assegno verrà erogato per soli due anni e poi stop. Cioè l’esatto contrario di una riforma strutturale che invece, in questo modo, si trasformerebbe in una sorta di versione rivista e corretta della preistorica cassa integrazione.

C’è da divertirsi a seguire le vicende della politica italiana, niente da dire, che tali e tante ne inventano i nostri eroi, anche se in mezzo a mille fantasmagorie, mille fumisterie e mille arzigogoli un denominatore comune c’è sempre. La totale irrealizzabilità della promesse. La plateale dimostrazione di quanto tutto quello che viene millantato in campagna elettorale sia strumento di propaganda al quale non si crede. E infatti i contenuti non hanno alcun valore, la strategia non è mai basata su dati e fatti, ma su titoli, tweet e selfie e proprio per questo motivo può essere smontata e rottamata nel giro di qualche giorno o di qualche ora. E questo, attenzione, è un dato di sistema. Se vogliamo essere onesti dobbiamo ricordare che non è che i due partiti vincitori del 4 marzo siano poi tanto peggio di chi invece quelle elezioni le ha perse, perché in quanto a balle siderali e fanfaronate senza alcuna connessione con la realtà - dall’ormai storiografico “un milione di posti di lavoro” di Berlusconi al dadaista “lo Stato pagherà tutti gli arretrati dovuti ai suoi fornitori” di Renzi - anche Forza Italia, Pd e frattaglie assortite negli scorsi anni non hanno preso lezioni da nessuno. E proprio con le loro inadempienze e le loro irresponsabilità hanno in larga parte contribuito a creare il terreno fertile dal quale sarebbero germogliate le inadempienze e le irresponsabilità dei nuovi padroni del vapore. Perché tutto si tiene, nel paese dove è sempre colpa di qualcun altro e dove alla fine paga sempre Pantalone.

Ora, il punto non è tanto fare le pulci alla proiezione elaborata ieri dal “Sole 24 Ore” sul nuovo modello di tassazione che, in sintesi, premierebbe i redditi tra i 40 e i 60mila euro l’anno e comunque anche quelli più alti, penalizzerebbe quelli attorno ai 15mila, sostituirebbe il concetto di reddito individuale con quello di reddito familiare, garantirebbe la progressività con il taglio delle deduzioni e, soprattutto, avrebbe un impatto da 50 miliardi sulle casse dello Stato. Senza dimenticare altri aspetti spassosi, tipo il mantenimento degli ottanta euro di Renzi – ma non erano una furbata spudoratamente assistenziale? - la copertura dei nuovi costi tramite condono - roba fresca, roba mai vista prima, roba da innovatori 4.0 – e una spietata, diuturna e inflessibile lotta all’evasione fiscale - e anche questa non l’avevamo mai sentita. Ma, come si diceva prima, il punto è un altro. Questa è una prima bozza, che verrà corretta o magari stravolta. L’unica cosa certa è che la tassa piatta al 15% per tutti e il reddito garantito per ogni disoccupato si sono rivelate subito per quello che erano: una fola, uno slogan, un gioco di ruolo. E che la tanto vituperata mediazione, cioè il tanto sputacchiato compromesso, si conferma l’unico protagonista della vita politica italiana. E della vita politica tout court.

Ma insomma, tutti a insultare il povero Trump e maiale e analfabeta e sessista e pazzo e squilibrato e farabutto eccetera eccetera, ma poi l’unico - l’unico! - che fa quello che dice e che mantiene quello che ha promesso in campagna elettorale è lui. Che forse non sarà un bene - ma se la pace tra le Coree l’avesse siglata Obama ci sarebbero gli osanna a reti unificate, tanto per dire dell’imparzialità dei media - ma almeno è un segno di coerenza. Qui, invece, pronti via e siamo subito al suk. Come mai non si parla più dell’abolizione dell’ignobile e vomitevole e criminale legge Fornero, quanto invece di un suo bizantinissimo “superamento”? Come mai l’impresentabile, mafioso, schifoso, omertoso, delinquente genetico Berlusconi era il puzzone dei puzzoni con il quale mai ci sarebbe seduti al tavolo delle trattative e adesso “non c’è alcun veto su Berlusconi”? E cosa ha avuto in cambio l’ex criminale, che da ieri a sorpresa può anche tornare a candidarsi - giustizia a orologeria… - per la sua “astensione benevola”? E, di conseguenza, che fine farà l’imprescindibile legge sul conflitto di interessi? E come mai sul governo prossimo venturo, a proposito di casi devastanti e dirimenti di politica industriale tipo Ilva e Alitalia, già aleggiano arie di ritorno a interventi statali a spese nostre – roba fresca, roba mai vista prima, roba da innovatori 4.0 – con tanti saluti al Nord produttivo, al libero mercato e al trionfo della meritocrazia?

Date voi la risposta. E non si dica che c’è astio nei confronti dei nuovi partiti – chi scrive questo pezzo, ad esempio, guadagnerebbe una montagna di soldi dalla flat tax: e non vede l’ora… -: c’è solo tanta malinconia nel vedere il perpetuarsi dell’immortale aforisma di Longanesi. Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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