L’amore per i monti
spegne il fuoco

Le fiamme divorano alberi secolari e novelli sui costoni ripidi che dalla riva di Lezzeno si arrampicano fino al Nuvolone, alzando volute di fumo il cui odore si avverte anche in città, creando bagliori sinistri, che illuminano la bella sera della primavera lariana. Lo spettacolo è orrendo e bello, al tempo stesso: ma seducente forse solo per gli appassionati di fotografia e di immagini forti.

Il popolo che guarda è pieno di esecrazione, ma soprattutto è sconvolto e si domanda perché i boschi bruciano. Tagliando corto, semplice è la risposta: i boschi vanno in fiamme perché l’uomo li incendia. Ogni tanto qualcuno tira fuori la storia del mozzicone dimenticato acceso. Sì, può anche accadere. Ma una volta su mille, come raccontano i pastori sardi che di incendi dolosi loro se ne intendono.

Un tempo i contadini di montagna bruciavano i prati, onde rigenerare l’erba novella. Ma quelli erano fuochi fatti da gente esperta, che aveva a cuore la montagna e la sua economia. Adesso andare a cercare le ragioni che spingono i piromani è impresa difficile: forse vendette, forse qualche mente bacata, o addirittura pazza. Un cosa però è certa: la situazione in cui ora si trovano i boschi, i pascoli e la montagna in generale, funge da ottima esca perché le fiamme attecchiscano in un battibaleno.

Purtroppo non c’è più la cultura della montagna. I contadini hanno da tempo abbandonato i boschi e i pascoli, i declivi ripidi e assai faticosi da coltivare e da disciplinare. Il fuoco, così come i dissesti geologici, hanno un’unica sola causa: l’abbandono della montagna. Nonostante gli anni che pesano, riesco ancora a compiere qualche passeggiata tra i boschi in quota e i pascoli del Triangolo Lariano. Ogni volta la gioia per lo spettacolo dei panorami che si perdono nelle foschie lontane, o si infilano tra i rami luccicanti del lago di Como, o per la brezza leggera che ristora dopo la fatica per la salita, è quasi sempre sconvolta dallo spettacolo creato dalla triste situazione in cui sono gli alberi e il sottobosco. Restano lì, sul terreno, come cose inutili le piante e i rami caduti per il vento o la neve. Portarli via sarebbe troppo dispendioso. Anche le sterpaglie che crescono senza regola, in grande abbondanza. Anche le erbe sono abbandonate a se stesse, i pascoli non sono più tagliati. E quando tutto questa natura si asciuga, si secca si ritrova lì pronta, come se aspettasse il fiammifero del piromane.

In contrasto si vedono boschi ridotti a poche essenze misere, perchè gli “alti fusti” sono stati tutti tagliati onde ricavare il legname per fabbricare il “pellet”, sempre più bruciato nelle stufe. Ogni tanto capita però pure di vedere qualche disboscamento eseguito a regola d’arte, come quello in Valle Bova. Sul Cornizzolo invece sono state create strisce “tagliafuoco”. Se non sbaglio proprio grazie a queste “zone franche” i vigili del fuoco hanno spento abbastanza in fretta un incendio, che minacciava di divorare i boschi. Vi vorrebbe un ritorno all’economia in montagna e pure interventi di prevenzione. Lo abbiamo detto tante volte, ma sono sempre state parole a vuoto.

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