La sugar tax e il ritorno  dello stato impiccione

La sugar tax e il ritorno

dello stato impiccione

Il governo dei cervelloni, degno erede del governo degli scappati di casa, ha individuato il nemico della stagione autunno-inverno: i cicciobomba.

Tra i vari provvedimenti spassosi licenziati dal nuovo esecutivo, spicca per acume, brillantezza e visione strategia di una società in vorticosa trasformazione l’ormai celeberrima sugar tax, che tassa Coca Cola, aranciata, limonata, gassosa e similari. E fin qui niente di strano, visto che, come già noto a noi popolo bue, ogni ministro che si succede parla, straparla, proclama e declama su rivoluzioni palingenetiche, riforme epocali e cambiamenti profondissimi e poi, alla fine, ci ritroviamo ogni benedetto ottobre a rimestare la solita stangata su sigarette, benzina, bolli e fuffa assortita. È l’eterna Italia dorotea, fregnona e familistico amorale che trova sempre il modo di contagiare pure i nuovi partiti.

Qui però c’è una novità, anche se in fondo si tratta di un tema che affonda le radici in un cultura vecchia e stravecchia, cotta e stracotta, infida e melmosa che tanfa di anni Settanta e della loro pedagogia alla vaselina autoritaria. E cioè la tassa a fin di bene. La tassa per la felicità della popolazione, un provvedimento eminentemente pedagogico, educativo, correzionale, che punta alla rieducazione delle genti, visto che queste non sono in grado di decidere in modo autonomo e hanno quindi bisogno di uno Stato materno che a tutto pensi, che tutto decida e che tutto distribuisca ai suoi cittadini pargoletti. Compresi i più basici comportamenti alimentari. Il ragionamento dei nostri statisti è inappuntabile. Visto che le bevande gassate sono tra le responsabili del moltiplicarsi di persone in sovrappeso già in età infantile (problema vero), se ne aumentiamo il prezzo ne restringeremo i consumi e quindi gli italiani saranno più magri e quindi più in salute e quindi graveranno meno sulla spesa sanitaria pubblica. E tutti i soldi risparmiati per curarli verranno reinvestiti nella scuola e nell’università, per la gioia delle famiglie degli studenti. Tutto vero. Premi Nobel.

Ora, la prima domanda è chiedere al governo come mai siano state tassate le bibite e non le merendine, altra galassia che in quanto a zuccheri e schifezze varie si presenta, in caso di assunzione compulsiva, come molto più deleteria rispetto a quell’altra. E il sospetto che ci sia accaniti sulle prime in quanto in larghissima maggioranza prodotte da aziende straniere e non sulle seconde perché invece qui la quota di imprese italiane è predominate la dice già lunga sulla serietà dell’operazione. Ma posta la prima domanda, ne arrivano poi altre mille. Perfetto, eliminiamo dolci e bibite. Ma se uno trangugia ogni giorno un chilo di spaghetti alla carbonara, piatto composto da alimenti di alto valore nutrizionale, simbolo imperituro della celebratissima dieta mediterranea, non è che per caso ingrassa lo stesso? E se è così, che si fa? Tassiamo pure la pasta lunga, il guanciale e le uova? E il pane, altro nemico feroce della linea perfetta? A quando l’accisa sullo sfilatino? E il vino? Ma non era l’alcol il vero devastatore di panze, cosce e sederoni? E la marmellata? E i crostacei? E le noci? E la torta della nonna Carolina? Come si fa a colpire pure gli affetti familiari? La lista è infinita. E manco basta. Perché poi andrebbe associata all’obbligo di attività fisica, visto che la più intransigente eliminazione di ogni cibo spazzatura nulla può se non associata a un regolare dispendio di calorie. E che facciamo? Mettiamo un finanziere fuori dalla casa di ogni italiano sovrappeso per controllare che si faccia cinque chilometri a piedi al giorno? Lanciamo la delazione di massa per segnalare agli occhiuti uffici del ministero chi non rispetta le norme del regime salutista?

Siamo atterrati nel campo del grottesco, vera specialità della nazione. E questo è il frutto di una stagione tristissima e penosa nella quale i governi si permettono di questionare sui nostri stili di vita, violando il principio sacrale della cultura liberale che giustamente vede lo Stato - quando si manifesta con questa ottusa arroganza - come il primo dei nemici. Ma sono argomenti fuori moda, di questi tempi, che non riguardano affatto solo il culturame statolatrico della sinistra vetero-regressiva che abita oggi le stanze del potere, dato che sono parte integrante pure del pantheon della filosofia populista e sovranista, insomma di quella roba lì, che ha già dato prove molteplici di Stato etico circense.

Rimane immortale ad esempio, per dimostrare a che punto si possa portare il cervello all’ammasso pure a destra, la proposta, avanzata durante gli anni più violenti del terrorismo islamico, di vietare alle donne musulmane di mettersi il “burqini” in spiaggia. Il costume intero che copre tutto il corpo tranne il volto era stato associato a un evidente incitamento alla sovversione, a uno sfregio alla laicità dello stile di vita occidentale, a uno schiaffo alla cultura giudaico-cristiana-patriottica e a tutta un’altra serie di fregnacce da tenersi la pancia dalle risate. Ecco, sarebbe il caso di ricordare a questi intelligentoni della nuova destra che uno, chiunque sia, qualunque cosa pensi, qualunque mestiere faccia, a qualunque ceppo razziale-sociale-religioso appartenga, si veste al mare e ai monti come accidenti preferisce. E che al netto degli obblighi di legge - è cioè che il viso deve essere scoperto e riconoscibile - se uno vuole mettersi il burqini o il completino di Tony Manero e la divisa di Brighella è liberissimo di farlo. Così come di mangiare tre pizze una sopra l’altra o scolarsi cinque litri di spuma nera. Perché quel tizio è un individuo, singolo, cosciente, pensante, senziente, unico e irripetibile e che da solo - da solo! - attraverso il proprio foro interiore decide che fare di sé e della propria vita.

Il ciccione è una persona, non un caprone da attaccare al carro del conformismo planetario. Se lo ricordino i nostri nutrizionisti etici da strapazzo.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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