La strepitosa disastrosa

“doppietta” sindacale

Il bello dei luoghi comuni è che sono veri. Uno continua eroicamente e pervicacemente a immaginarsi che no, quel comportamento che tutti si aspettano da quel soggetto, quella banalità automatica, quella deviazione genetica, quella puntura dello scorpione che non sa e non può affrancarsi dalla propria natura, non potrà essere ripetuta per l’ennesima volta, proprio per non dare fiato a tutti quelli che stanno lì ad aspettarla con il fucile spianato. E invece no. Ci cascano. E ci ricascano. E ci ricascano un’altra volta ancora. Come a dar ragione a chi sermoneggia sul vedi che sono tutti così, vedi che sono tutti uguali, vedi che è solo un magna magna e il più pulito c’ha la rogna e il primo che si alza comanda e dove andremo a finire e furbetti e furboni e lazzaroni e cialtroni e infamoni e margnaffoni. E che questo fattaccio abbia come epicentro Roma, capitale immorale del fanfaronismo italiota, aggiunge luogo comune a luogo comune come in una perfetta metafora dello stato della nazione.

La strepitosa doppietta sindacale in occasione delle due partite dell’Italia agli europei di calcio è da antologia. Una roba da non credere. Una roba da far invidia a CR7. La fredda cronaca. Il primo sciopero è scattato lunedì scorso proprio in coincidenza con il match d’esordio degli azzurri contro il favoritissimo Belgio: alle 21 gli stoici e indefessi lavoratori dell’Atac – la municipalizzata dei trasporti pubblici romani dai bilanci mitologici – hanno incrociato le braccia bloccando bus, tram, metropolitane e alcune corse ferroviarie di competenza. L’altro ieri, non ancora soddisfatti del clamore suscitato dalla geometrica dimostrazione di potenza e forse ringalluzziti dall’amor patrio dopo l’inaspettato e meritatissimo successo di Conte, è scattata la replica proprio durante la partita con la Svezia: dalle 13 alle 17 sciopero dei controllori di volo di Fiumicino aderenti ai sindacati autonomi con più di cento voli cancellati. C’è anche da aggiungere che il ministero dei Trasporti ha tentato di farlo rinviare di qualche giorno, ma è stato addirittura il Tar - del Lazio, ovviamente - a confermare il pieno diritto all’astensione dal lavoro.

Ora, le ragioni di questi gesti così estremi saranno di certo nobilissime e piene di rivendicazioni legittime e sacrosante e senz’altro questi due atti così perfettamente ritagliati sul profilo fantozziano dell’italiano medio-basso sono frutto di una assoluta e irripetibile coincidenza e fatalità. Ed è ovvio che tutta la pubblicistica scatenata dai media – ma neanche tutti, in verità - su questa pittoresca esibizione di forza non è altro che la manovra a tenaglia dei poteri forti, lo sventolio della macchina del fango, il calcio dell’asino, il décollage diffamatorio contro chi difende eroicamente tutti i giorni i deboli, gli inermi, gli umiliati e gli offesi, la semplificazione becera di quelli che fanno tanto la lezione, ma poi non pagano le tasse, picchiano gli immigrati e parcheggiano il suv in quinta fila.

Tutto vero, per carità. Qui però c’è un punto drammatico, che non fa per niente ridere, se vogliamo uscire dal macchiettismo e affrontare la questione di petto. E che si sintetizza in una sola domanda. Quando è successo che anche i sindacati hanno iniziato a bersi il cervello? Certo, non tutti i sindacalisti, perché sappiamo benissimo che ce se sono tanti che lavorano con serietà e onestà e probità eccetera eccetera, anche perché questo vale per tutte le categorie dello scibile umano. Pure per quella dei giornalisti, figurarsi. Il punto è perché e quando abbia vinto questa cultura e perché ai vertici delle varie sigle siano emersi quelli che dettano agende di questo genere, che usano lo sciopero come mero strumento di ricatto nei confronti degli utenti e come mero strumento di difesa corporativa dei propri interessi.

Non degli interessi della categoria che rappresentano, ma dei “propri” interessi. Quando sia passata la concezione che il posto di lavoro sia un diritto a prescindere e che i diritti non debbano mai essere controbilanciati dai doveri, quando ha iniziato a vincere la logica del branco che assolve sempre se stessa perché i cattivi sono gli altri – le multinazionali, le trilaterali, il premier fascista, gli imprenditori schiavisti, le forze dell’ordine squadriste - e che ben altri sono i problemi e che è sempre colpa di qualcun altro e che il merito non conta niente, carta straccia, anzi, violenza, ambizione, usurpazione, sopraffazione e che invece siamo tutti uguali, tutti col posto di lavoro sicuro per decreto, tutti con lo stesso stipendio, tutti con gli stessi incarichi, tutti con le stesse garanzie. Tutti uguali. Tutti criceti sulla ruota.

E l’ostinazione della difesa di questo vetero-mono-pensiero che sgorga melmoso tra la fine degli anni Sessanta e l’apogeo degli anni Settanta continua, indefesso, a dettare la linea. E questo sì che è un paradosso, perché nulla esiste più di quei giorni mefitici: la società, il lavoro, la geopolitica, il costume, le dinamiche sociali. Tutto è cambiato radicalmente e per sempre. Gli unici che non sono cambiati e che si arroccano in un bunker che va bene solo a loro sono proprio quelli che dovrebbero capire prima degli altri i rivolgimenti del mondo per poter difendere al meglio quelli che rappresentano. E invece non rappresentano più nessuno.

E questa dissociazione dalla realtà li porta a scelte scellerate, oltre che ridicole e grottesche – a proposito, perché gli scioperi dei treni li fanno sempre di venerdì? - tipo quelle delle astensioni dal lavoro durante le partite che neanche un Monicelli in grande spolvero avrebbe potuto immaginare e che solo quel genio di Longanesi - perfido e infallibile scandagliatore del peggio di noi italioti baffo nero mandolino – aveva sintetizzato nel ricordare che da noi le rivoluzioni iniziano in piazza e finiscono a tavola.

Martedì c’è il terzo turno, il lunedì successivo gli ottavi di finale. Meglio fare il pieno alla macchina, che dite?


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