La scelta di morire tra buio e ideologia

La scelta di morire
tra buio e ideologia

Dicono che le ideologie non esistano più. Dicono che siano figlie di un’epoca seppellita dalla storia. Dicono anche che non ci siano più destra e sinistra, dogmi, postulati, motori immobili e verità rivelate. Dicono infine che ora sia tutto più libero, più fluido, postmoderno e, quindi, tutto eminentemente pragmatico, concreto, trasparente. Se ne dicono di cose, in quest’epoca grottesca. E delle tante baggianate, questa è probabilmente la più grossa.

Perché è vero il contrario. Mai come ora si è registrata una tale irrilevanza delle notizie, degli atti nella loro cruda realtà fattuale, nel loro accadere oggettivo rispetto alla corazza interpretativa, all’ottusità aprioristica, all’arroganza figlia primigenia della più crassa ignoranza. E mai si è visto impancare interpretazioni e polemiche ed editti ed eterne maledizioni su episodi che non sono mai accaduti o che sono accaduti in maniera contraria e opposta a quella che viene propagandata su media mai così poco autorevoli e su social mai così fogna e sentina e chiavica e spurgo della peggio feccia della peggio umanità.

Ultimo esempio, davvero devastante per la credibilità del mondo della comunicazione, è quello relativo a Noa Pothoven, la ragazza olandese morta qualche giorno fa dopo aver rifiutato di alimentarsi e di bere. La storia ha fatto il giro del mondo: Noa non ha mai superato lo choc di reiterate violenze sessuali subite da bambina e questa tragedia, questo lutto mai elaborato, l’ha portata alla decisione di voler morire a soli diciassette anni. La polemica è esplosa perché in un primo momento, e tutti quanti ci sono cascati, sembrava che sulla giovane fosse stata applicata l’eutanasia di Stato, che in Olanda è legale. Ma non era così, visto che dopo verifiche e riscontri si è concluso che non c’è stata alcuna eutanasia e che la clinica presso la quale la ragazza si era rivolta aveva respinto la sua richiesta. E così lei si è lasciata morire. Punto.

Ora, il tema non è tanto l’errore in cui sono incappati i media il primo giorno, l’inchiesta sull’operato dei medici che l’hanno assistita a domicilio negli ultimi momenti e neppure la valutazione etica sulla legge olandese, sulla quale ognuno di noi ha diritto di esprimere un proprio libero giudizio (chi scrive questo pezzo, ad esempio, è assolutamente contrario). L’aspetto intollerabile è che la campagna legittima e condivisibile contro l’eutanasia, nella sua foga manichea, talebana e isterica, abbia coinvolto anche i genitori e i fratelli di Noa, dipinti come dei mostri che senza fare un plissè hanno dato il via libera all’iniezione fatale, metafore dell’abisso del laicismo, demoni del materialismo cinico in un mondo senza Dio, sacerdoti del culto della morte che elimina scientemente i deboli, i malati, i diversi, gli indifesi, spettri del profondo Nord dove tutto è perfetto, ma dove la Tecnica ha soggiogato le menti delle genti fino a spingerle alla soppressione dei figli.

Beh, non è vero niente. Basta ricostruire la vicenda. I genitori hanno tentato di tutto, ma di tutto davvero: cure antidepressive, anni di sedute psicologiche, venti ricoveri in strutture ospedaliere specializzate, l’elettrochoc addirittura, l’alimentazione forzata e tutte le altre tappe di un percorso tragico, di un Golgota indivisibile, di un Calvario ignoto a tutti che la stessa ragazza ha raccontato in un libro che illustra stazione dopo stazione la sua lucida discesa verso il nulla. Che cosa avrebbero dovuto fare questi due genitori, questi due disperati, questi due ormai morti viventi? Spalancare la bocca della figlia con le tenaglie per farla mangiare? Lobotomizzarla per farla bere? Incatenarla per evitare che tentasse di uccidersi? Ma che dovevano fare, eh, farisei con il ditino alzato? Nessuno ha smesso di lottare con lei, di prendersi cura di lei fino alla decisione - e nessuno può capire cosa significhi per un genitore - di lasciarla andare e di essere al suo fianco mentre moriva. Eppure tutto quello che è accaduto e che non ha nulla a che fare con l’eutanasia è stato spazzato via per lasciare campo a un delirio ideologico contro le famiglie che uccidono scientemente la propria prole invece di educarla alla gioia della vita. Perché pure questo - pure questo! - siamo riusciti a scrivere.

Ma chi può credere a un’idiozia del genere? Chi, soprattutto tra chi ha dei figli, può pensare che un padre e una madre - una madre! - possano dire “ma sì, lasciamola morire…”? Ma chi se la beve una balla così plateale? Secondo voi, esiste al mondo un papà, una mamma, un fratello, una sorella che possano mettere in atto questa mostruosità? Ma chi ci crede? E poi, come ci permettiamo di giudicare senza sapere nulla e sdottoreggiare e catoneggiare e trombonare e coprirci di ridicolo con le nostre fetide polemiche giornalistiche da tribunale dell’Inquisizione sulla strage degli innocenti? Che ne sappiamo noi? Chi siamo per giudicare?

La pulsione suicidaria - seconda causa di morte tra i giovani, come dovrebbe essere noto a tutti noi cervelloni - è una presenza immanente della condizione umana. Lo è, lo è sempre stata e sempre lo sarà. E non riguarda solo malati incurabili, afflitti da patologie degradanti o vittime di soprusi. Ogni giorno migliaia di persone nel mondo si tolgono la vita per i motivi più disparati e molto spesso senza alcun motivo manifesto. Tutti figli di genitori degeneri? Tutti manipolati dalla tecnocrazia? Tutte vittime del grande sterminatore eugenetico planetario? Non ci sono risposte. Quello è il mistero. La dimensione inconoscibile dell’esistenza. Il buio della mente. Ed è un baratro che dobbiamo accettare. Ci sono persone - tante - che non vogliono vivere e per le quali esistere è un giogo insopportabile, senza cura, senza rimedio, senza redenzione. E’ uno sfregio che si può sanare solo con la fede, per chi l’ha avuta in dono, o con lo stoicismo, per chi crede invece che il cielo sia vuoto. Tutti gli altri cerchino si starsene zitti, per cortesia.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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