La resistibile coerenza  dei soloni del commento

La resistibile coerenza

dei soloni del commento

Di solito funziona così. Incombe il Grande Evento Elettorale che cambierà per sempre la storia della politica italiana e, come ovvia conseguenza, anche la storia dell’umanità occidentale e il consesso degli scienziati, dei professori, dei cervelloni apre le danze alla sua maniera.

E come te la spiegano, la verità che hanno in tasca. E vincerà questo e vincerà quest’altro e questo pesca voti lì e quello drena consensi là e doppi binari e tripli forni e convergenze parallele e comunità identitarie e protezionismo ed europeismo e mercantilismo e federalismo e nazionalismo e consociativismo e quali e quante ne abbiamo viste di elezioni noi del mestiere, signora mia, e ti ricordi quel bel tipo di Togliatti e ti rammenti di quella volta con Vanoni e Fanfani e beh, che tempi eroici e maledetti quelli di Manipulite, e la prima e la seconda e pure la terza Repubblica e non ci sono più le ideologie, perbacco, e il proporzionale e il maggioritario e il Mattarellum e il Porcellum e il Rosatellum. E tutti lì, i nostri sacerdoti, i nostri aruspici, i nostri ventriloqui, i nostri Pulitzer ad almanaccare e a pensare e a ponzare e a grattarsi la pera sui mille segreti dell’arte della politica che loro e solo loro sanno decrittare per noi popolo bue. Fortuna che ci sono.

Poi, a tarda ora, si finisce di contare i voti usciti dalle urne e, guarda un po’, si scopre che di tutti questi nessuno ci ha capito una mazza. Un po’ come con Trump, magari? O forse con la Brexit, putacaso? Ora, in un paese normale, come amava dire quel gran pezzo di statista di Massimo D’Alema - non a caso stimatissimo dagli analisti politici: e infatti si vede quanti voti ha preso - una torma di commentatori di questa schiatta (e le eccezioni sono davvero poche) andrebbe di gran carriera nel giardino di casa, scaverebbe un buca profonda un paio di metri e ci si sotterrerebbe per tre o quattro decenni, giusto il tempo di far svanire il ricordo di sé e vedere il pronipote di Andreotti presiedere un governo di larghe intese. E invece no. Questi qui, giusto il tempo per un rapido passaggio in fiaschetteria e tornano subito a salmodiare, a catoneggiare, a soloneggiare, a trombonare sui nuovi scenari del palazzo, che loro, naturalmente, avevano individuato in tempi non sospetti. Dai, non poteva che andare così. Era ovvio che Salvini avrebbe sorpassato Berlusconi, era di tutta evidenza che i Cinquestelle avrebbero sfondato il muro del trenta per cento, era lapalissiano che Renzi - a proposito: c’è qualcuno che non ha ancora tirato una torta in faccia a Renzi o almeno rigato la portiera della macchina? - avrebbe affossato il Pd, era scontato che la Bonino, fino a un secondo prima per tutti la vera sorpresa del voto, avrebbe fatto una figura di palta. E tutti lì a strusciarsi addosso ai nuovi padroni del vapore ai quali vengono riservate, dopo averne detto e scritto le peggio cose per anni, formidabili leccate di scarpe, ammicchi servili e strepitosi srotolamenti a stuoino degni della mitologica intervista di Fabrizio Frizzi all’allora potentissimo e arrogantissimo Bettino Craxi. Tutto vero. Che categoria meravigliosa.

Ma dietro ogni farsa si nasconde sempre una tragedia, anche se travestita da melodramma. Il vero tema è lo scollamento della comunicazione dalla realtà, che è poi, paradossalmente, la stessa accusa che proprio la comunicazione rivolge alla politica e che rende tutto il contesto particolarmente grottesco. Il vero tema è quanto noi pennivendoli di regime ci si incapricci - per colpa, per dolo o, più di frequente, per mera sciatteria conformista - di temi che non interessano a nessuno. Ma che soprattutto non esistono. Non esistono sulla faccia della terra. Esistono solo nel mondo di marzapane, nel microcosmo autoreferenziale prodotto dal nostro narcisismo claustrofobico e provinciale.

Il più facile degli esempi. E il fascismo? E il neonazismo? E la marea nera? E lo squadrismo totalitario che spurga dagli abissi della storia europea e mette a repentaglio le preclare conquiste di innumerevoli schiere di martiri della libertà che hanno dato la vita per difendere il vessillo purpureo della democrazia? E i Visigoti di Casa Pound? E gli Ostrogoti di Forza Nuova? E i latifondisti, i padroni delle ferriere, i sciuri dalle belle braghe bianche, i petrolieri, i finanzieri che manganellano le plebi grazie al braccio armato dei nuovi fascisti come negli anni Venti, anzi come negli anni Trenta? E appelli alla Resistenza, ai partigiani, alle vedette lombarde, a Mazzini e alla Giovine Italia, a Enrico Toti, a Muzio Scevola, a Carlo Codega e giù le mani dalla Brigata Garibaldi, giù le mani dalla pipa di Pertini, giù le mani dalle eroiche lotte dei minatori, dei contadini, dei raccoglitori di zafferano, dei salatori di aringhe, degli spazzacamini, degli acquafrescai e bla bla bla. Ma poi, proprio all’apice della retorica frontista, sai che succede nella vita reale? Succede che Casa Pound prende lo zero virgola, Forza Nuova lo zerovirgolazero e il pericolo neofascista con il quale siamo stati ammorbati per un mese si rivela per quello che è. Una buffonata. Una bischerata. Una cialtronata. Un cameo da film di Monicelli con il quale abbiamo inzaccherato montagne di inutilissime pagine di giornale e valangate di speciali televisivi senza sapere o senza avere il coraggio di dire quello che chiunque non sia accecato dall’ideologia e abbia letto un paio di libri sa da sempre. E cioè che il fascismo è morto e sepolto nel 1945 e che tutto il resto è parodia.

Eh sì, ce ne sarebbero di cose da scrivere legate alla realtà, tipo la vera efficacia e sostenibilità della tassa piatta o del reddito di cittadinanza o degli ottanta euro o dell’abolizione della Fornero e innumerevoli altre cedue fantasmagorie partorite dai nostri nuovi De Gasperi. Ce ne sarebbero tante. E tutte interessanti. Ma interessanti per noi, che non contiamo un fico secco. Non certo per i politici, i loro servi, i loro tromboni e i loro trombettieri.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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