La Rai immutabile

metafora dell’Italia

Poi, alla fine, si capisce perché i politici emergenti ce l’hanno sempre con la Rai. Perché non ce l’hanno loro.

Di solito, funziona così. Il giovane esponente di opposizione inizia la sua carriera dicendo peste e corna del servizio pubblico. Ed è uno schifo e una vergogna e uno scandalo e una fogna a cielo aperto e basta con la lottizzazione, con le cordate, con le filiere, con il familismo amorale, i raccomandati, i consulenti, i maggiorenti, la ruberia, la consorteria, la massoneria e fuori i partiti dalla televisione e basta con il canone e ridiamo il potere ai cittadini e vendiamo tutto e viva il privato e viva il mercato e abbasso il raccomandato. E via andare con la piagnucolante litania dell’umiliato e offeso, perché la Rai ci censura, ci manipola, ci strumentalizza, ci tappa la bocca e questo, signori miei, è regime, è dittatura, è autoritarismo, è abuso di potere, è editto bulgaro.

Poi, sgraffignata la poltrona con i soliti metodi all’italiana – generalmente senza mai passare dalle urne - si inizia a straparlare di svolta, di rottamazione, di nuovi inizi, di tempi nuovi, di nuove ere magnifiche e progressive e tutta un’altra sequela di fregnacce che si potrebbero tranquillamente sentire al bar sotto casa da un ubriaco al terzo giro di bianchi. Infine, giunto il tempo delle scelte irrevocabili, ci si soffia il naso con quello detto in precedenza e si procede con l’occupazione militare di tutti i gangli di potere. Prediligendo i leccapiedi e i signorsì che, come noto, da quelle parti rimbalzano come positroni a ogni cambio di regime.

La cosa curiosa è che i giornaloni mostrano sempre grande scandalo sui criteri di nomina e sui nomi del presidente, dei consiglieri di amministrazione e dei direttori di testata – come se poi da loro le cose funzionassero in maniera diversa… - ma è come parlare del niente. La Rai è l’Italia. La sua proiezione. La sua natura. La sua metafora. E quindi funziona esattamente come lei. Cioè male. Secondo dinamiche che con il mercato, la competizione, il merito, la vera funzione pubblica non hanno niente a che spartire. Serva e sgualdrina della politica – tutta – sempre pronta ad allinearsi con lo spirito del tempo e con le voglie inconfessabili del padrone di turno, anzi, dei padroni di turno, visto che viene accuratamente sezionata, scorporata e suddivisa per poter placare gli appetiti di ogni partito, di ogni corrente, di ogni gruppo di pressione. Era quindi scontato che anche il presidente del Consiglio più furbo, doppiogiochista e feroce che ci sia mai capitato in sorte facesse l’unica cosa che interessi veramente a un uomo di potere: mettere dentro i suoi. E tra i suoi, prova del nove, non può non stagliarsi il profilo di Daria Bignardi a Raitre, con l’evidente missione di normalizzare il fortilizio delle sinistra trinariciuta, che ha resistito a tutto, a Berlusconi, ai tecnici e pure alle cavallette, ma che ora rischia di soccombere sotto il fuoco amico del Pd.

Daria Bignardi, quindi. Daria Bignardi è uno dei più clamorosi bluff – assieme a Marco Mengoni, la nuova commedia all’italiana e la difesa a tre – degli ultimi vent’anni. La vulgata che la riguarda gorgheggia di competenza, esperienza, merito e autonomia dalla politica, insomma, il ritratto di una stilita che combatte da tutta una vita contro i poteri costituiti. E infatti, architrave su cui in questa repubblica delle banane e delle terrazze si costruisce ogni carriera che si rispetti, è legatissima all’ambiente degli ex di Lotta Continua, avendo sposato il figlio di Sofri, e questo, come noto, regala sempre quel non so che di altamente intellettuale e di antropologicamente superiore che ha spinto la Bignardi a chiedere al grillino Di Battista che cosa si provasse ad avere un padre fascista. Domanda da vera cervellona, visto che pure il suo, di padre, era fascista e quando i Cinquestelle le hanno replicato cosa provasse lei ad avere come suocero un assassino - Adriano Sofri è stato condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio Calabresi – era sceso in campo addirittura l’allora premier Letta a difenderla. Si vola alto, da quelle parti. E, non paga, era pure riuscita nell’impresa napoleonica di far fare la figura del gigante a uno insopportabile come Brunetta, quando le ricordò che uno dei fondatori dello Statuto dei lavoratori si chiamava Brodolini e non Brandolini, come lei continuava invece a storpiare. Risposta: “Sono cose che non contano”. Tutto vero.

Senza parlare del successo delle sue trasmissioni televisive, una tale moria di ascolti e di auditel - da “L’era glaciale” e “Le invasioni barbariche” ad altri spocchiosissimi programmi dedicati ai libri - che hanno permesso a Marco Travaglio di maramaldeggiare sulla Bignardi “peggio di Attila, visto che dove passa lei non cresce più lo share”. Ingenuo. Non è questo il punto. Il punto è aver lavorato, chissà perché, per tutte le reti – Rai, Mediaset, La7 -, aver pubblicato per Mondadori ma esibendo sempre, beninteso, il sopracciglio alzato contro Berlusconi, far parte della scuderia del potentissimo Beppe Caschetto ed essere soprattutto amica di famiglia di Renzi. Dopo essere stata suffragetta di Enrico Letta, naturalmente.

Ma questa è la Rai e questa resterà sempre fino a quando non arriverà un Tutankhamon a vendere l’ignobile baraccone e a farla finita con una farsa che va avanti da quarant’anni, da quando la mitica riforma pluralista – tradotto: consociativa - degli anni Settanta ha garantito ai partiti di fare carne di porco degli spazi di cultura, programmazione e autonomia. Perché prima, senza fare memorialistica malinconica o patetico rimpianto dei bei tempi andati, almeno delle grandi professionalità c’erano. Negli anni Cinquanta, tanto per fare un esempio, tra i funzionari di viale Mazzini spuntava anche un tale Umberto Eco. Oggi, nei suoi corridoi, si aggirano Cinzia la Cubista, il Marsigliese, il Pagliaccio Baraldi e l’Uomo salsiccia. E non si può manco più evadere il canone…


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