La politica italiana  è un film alla Vanzina

La politica italiana

è un film alla Vanzina

Ci manca solo che Ned Flandres, il vicino cattolico integralista vessato e sfruttato da Homer Simpson nella celebre serie, sbarchi da un gommone a Lampedusa al grido beffardo di “Salve Salvini”. Insomma, lo abbiamo capito che se il problema dei migranti è molto serio, le soluzioni all’italiana fanno ridere amaro. Non sono bastati due decreti sicurezza e svariate battaglie navali tra il ministro dell’Interno e le provocatorie Ong, cariche però di autentica umanità dolente per impedire che la bella stagione bloccasse gli sbarchi sulle nostre coste. Altro che chiudere i porti, una strategia, del resto, che somiglia allo svuotare il mare con un bicchiere. Che poi, sondaggi alla mano, piaccia un sacco agli italiani, non significa che si tratti di quella vincente. Anzi, altro che strategia. Proprio di quella sembrano difettare i nostri politici, tattici sì e pure alle vongole come certi liberali ritratti da Pannunzio.

Perché se si vuole tentare di risolvere l’epocale questione delle migrazioni dall’Africa bisogna tirar fuori una strategia con i contro fiocchi e magari assieme e non in contrasto con l’Europa. Altro che fare il ganassa al grido di qui “comando io, questa è casa mia” , salvo poi strillare come Gassman alla fine dell’”Audace colpo dei soliti ignoti” un “mi hanno rimasto solo!”. Del resto, sempre grazie alle lungimiranti tattiche dei nostri prodi se prima a Bruxelles contavamo come il due di briscola adesso rischiamo di non vedere neppure le carte. E di non toccare palla. Tanto basta un proclama contro la perfida unione (europea) che vengono giù social. Peccato che i mercati siano poi meno sensibili a questo stormir di Twitter e Facebook.

Ma, a un anno dalla dipartita di Carlo Vanzina viene da pensare che, forse, se ci fosse ancora girerebbe come cinepanettone un bel “Natale in politica” ambientato nei palazzi romani. Qualche spunto? L’ineffabile Giggino Di Maio che dopo aver stabilito sulle macerie fumanti del ponte Morandi che non si possono dare più le concessioni autostradali alla società della famiglia Benetton perché non fornisce garanzie su manutenzione e sicurezza, voleva affidare a loro Alitalia. Ah, che voli sereni, per fortuna solo pindarici, signora mia. Insomma, una gag dietro l’altra come la povertà sconfitta o il 2019 “anno bellissimo” del presidente del Consiglio, Giuseppe Conti. E poi anche quella sulla Coca Cola poco “autarchica” sempre di Giggino. Meno male che nel caso c’è un’opposizione seria e con gli attributi pronta a subentrare a questi pasticcioni sprovveduti. Prendiamo il Pd ad esempio, ammesso di trovarlo all’interno di questa stucchevole ennesima irascibile e magari non carissima baruffa interna sul tema: quel che poteva essere e non fu, innescata da Matteo Renzi. Il “senatore di Rignano” sembra aver raccolto il testimone da quel “deputato di Gallipoli”, Massimo D’Alema da lui rottamato dopo che proprio non voleva saperne di levarsi dai piedi. E in attesa che il sempre meno neo e forse anche meno segretario Nicola Zingaretti dica se non qualcosa di sinistra almeno qualcosa - la memoria va a Nanni Moretti e al solito D’Alema -, si può confidare in Forza Italia dove l’emergente Toti, uno che senza Berlusconi la politica non l’avrebbe vista neppure in cartolina, si accinge a mordere la mano che finora l’ha nutrito: vorrebbe dare il calcio dell’asino e disarcionare il vecchio Cavaliere che ha tirato giù il partito al 6%. Prima però l’aveva lanciato in orbita cosa che il presidente della Liguria deve ancora dimostrare di saper fare. Insomma una kermesse davvero spassosa quella della politica italiana. In attesa che appaia la scritta “Fine” e qualcuno arrivi a spegnere le luci in sala.


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