La politica che usa

la maternità come merce

Berlusconi è bollito e Bertolaso è la sua salsa verde. Aver scelto un personaggio del genere come candidato sindaco di Roma la dice lunga sullo stato confusionale in cui versa l’ex premier assieme al centrodestra italiano, perché era noto a tutti che Bertolaso, oltre ad essere prigioniero di mille opacità e di svariate pendenze penali ancora tutte da valutare, è pure un gaffeur professionale.

È tutta la vita che spara palle fantozziane e inanella strafalcioni sesquipedali, eppure pochi giorni fa è stato esposto al pubblico ludibrio dopo aver rilasciato, una volta tanto, una dichiarazione di mero buonsenso. E cioè che è impossibile per una donna incinta fare il sindaco di Roma.È vero che lo ha detto in maniera confusa e pasticciata e che poi gli è pure toccata la sfortuna di prendersi il bacio della morte, cioè la solidarietà del Cavaliere, che una volta faceva sbocciare carriere dorate in un attimo e che oggi invece sarebbe capace di distruggere quella di Cristiano Ronaldo. Ma, insomma, ha detto quello che tutte le persone dotate di un minimo di testa sulle spalle e di esperienza della vita reale sanno da sempre. E cioè che quell’incarico di difficoltà mostruosa, di pesantezza inusitata, di stress senza paragoni non è sostenibile, perché è la situazione di Roma a essere irrisolvibile e non esiste essere umano e probabilmente neppure disumano che abbia la forza, la genialità e la tenacia di sgrovigliare quella matassa di schifezze, corruzione, lazzaronismo, clientelismo, consociativismo, familismo amorale e tutto quello che di peggio vi passa per la mente e che è figlio di duemila anni di storia sordida e purulenta di un popolo invaso da tutti e con tutti venuto a patti, cinico, scettico e smidollato. E che quindi prevede un’immersione ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, dodici mesi su dodici per un lustro senza pensare ad altro. E probabilmente per fallire comunque.

Ora, se è così, ed è così, come si fa ad affrontare una via crucis del genere e al contempo far nascere, accudire e crescere un figlio? Ma di cosa stiamo discutendo, se lasciamo fuori per un attimo la demagogia, la retorica anni Settanta e i peggiori luoghi comuni del peggior politicamente corretto? Sempre che ci si metta d’accordo su cosa parliamo quando parliamo di maternità. Se riteniamo che significhi partorire e un minuto dopo affidare il bambino al marito o alla tata per cinque anni, dimenticandoselo del tutto, allora grossi problemi non ce ne sono. Se invece si ritiene che sia fondamentale per la madre e per il bimbo vivere assieme di certo i primi mesi e comunque anche i primissimi anni di vita, allora il discorso diventa diverso. Ragionamento di rara limpidezza che alcuni giorni fa il sindaco di Erba, Marcella Tili, ha consegnato al nostro giornale, ricordando che anche una piccola città come la sua richiede un impegno mentale di 48 ore su 24 e quindi, per quanto le donne siano capaci di grandissimi sacrifici, diventa improbabile fare le due cose assieme. Ma questo discorso vale solo per i primi anni di vita: con l’inizio della scuola la cosa diventa compatibile. Perfetto, no? Quello che ha detto male Bertolaso lo ha spiegato bene un sindaco – e imprenditore - di grande valore e concretezza come lei.

Apriti cielo. A Roma e a Erba. E maschilisti e sessisti e squadristi e fascisti (!) e vergogna e giù le mani dai diritti inviolabili delle donne e l’utero è mio e lo gestisco io e dagli al retrogrado, al bacchettone, al fariseo, al leguleio e nessuno si deve permettere di dire quello che dobbiamo fare e viva le suffragette e viva la Pankhurst e viva la parità di genere e tutta una colata di retorica pulciosa e di melassa salottiera e di luoghi comuni inanellati con il contorno strombazzante di una politica e di un dibattito culturale che proprio non ce la fanno a uscire dalla dimensione circense.

Ma come, decenni di lotte e manifestazioni per garantire il diritto alla maternità alle donne lavoratrici, visto che i primi mesi sono decisivi nella formazione del rapporto tra madre e figlio – il più profondo di tutti –, e poi ti arriva una Meloni qualsiasi - che ha appena sbandierato i principi della sacralità della famiglia tradizionale al Family day! – a dire che lei invece se ne frega? Ha fatto la ultras della politica lepenista anti gay, anti coppie di fatto, anti tutto perché il legame indissolubile con la terra, la tradizione, la cristianità e bla bla bla e solo poco tempo fa aveva cinguettato che mai si sarebbe candidata viste le sue condizioni e adesso straparla come una reduce del femminismo straccione con la baschina da rivoluzionaria? Ma che queste boldrinate le lasciasse alle clarisse di sinistra, che sono trent’anni che ci ammorbano con la retorica del lato rosa della vita.

E poi, parliamoci sul serio, pancia o non pancia, che ha mai fatto la Meloni per le donne e per la famiglia nei suoi anni da ministro? Che ha fatto il pagliaccesco governo Berlusconi – che ha rappresentato spesso e volentieri le donne come cubiste, sciampiste o strapazzone da balera – per le madri? E per le giovani coppie, per gli asili nido, per gli sgravi fiscali alle famiglie numerose, per il part time? Niente. Niente di niente. Così come per il libero mercato, l’abbattimento della burocrazia, delle caste, degli ordini professionali e di tutto il peggio di questa italietta sudamericana che vede destra e sinistra ben allineate nel tanto parlare, nel niente fare e nel molto intascare.

Che ha fatto l’indicente giunta Alemanno, che la Meloni ha difeso fino all’ultimo nanosecondo, per le donne di Roma? La verità è un’altra, molto più semplice e degradante. Qui la maternità non è un principio né un valore, ma solo uno straccio propagandistico da sventolare per sostenere una pericolante campagna elettorale e, soprattutto, preparare la resa dei conti con Berlusconi. Non si usano i bambini come merce. Una destra seria – che in Italia non esiste – una schifezza del genere non l’avrebbe mai fatta.


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