La ferita rimane  Che serva da lezione

La ferita rimane

Che serva da lezione

Passare in quattro giorni dalla gioia per le Olimpiadi in Valtellina alla chiusura del tunnel del Barro perché cadono calcinacci. Ma vi immaginate una figuraccia del genere in Mondovisione nel 2026, con la macchina dei Giochi bloccata sulla superstrada 36? O - passando dalla tragedia alla farsa - vi immaginate ieri mattina il ministro Toninelli che apre il ponte di Annone mentre la superstrada sottostante è paralizzata dalla chiusura della galleria di Lecco?

Almeno questo secondo scenario Anas l’ha evitato, riaprendo domenica sera in tutta fretta il tunnel del Barro e assicurando che non c’era alcuna criticità, anche se bisognerebbe spiegarlo alle migliaia di automobilisti che per due giorni sono rimasti bloccati sotto il sole, costretti poi a passare dal centro di Lecco come quando l’attraversamento non esisteva.

Bisognerà rimboccarsi le maniche, e non solo per i Giochi Olimpici ma per le decine di migliaia di uomini e donne che viaggiano sulla statale più trafficata d’Italia con la paura che calcinacci, massi o cavalcavia possano finirgli addosso. Pesano, proprio come macigni, le parole della vedova di Claudio Bertini, morto a 68 anni con la sola colpa di essere passato al momento sbagliato sotto quel dannato ponte.

«Bisogna fare qualcosa per accelerare i tempi della giustizia», ha chiesto al governatore della Lombardia, Attilio Fontana e al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. Aggiungendo, dignitosa ma ferma: «I funzionari indagati per la morte di mio marito sono ancora tutti al loro posto».

Perché, ribadiamolo, tragedie come quella di Annone non sono fatalità, non possono esserlo. Piuttosto, hanno aperto gli occhi e costretto a vedere la tragica situazione delle infrastrutture nel nostro Paese. Da lì in avanti è stata tutta una litania di crolli, fino a quello, devastante, del Ponte Morandi a Genova. Poi, come sempre accade, ci si è affrettati a chiudere la stalla con i buoi ormai scappati. Cavalcavia chiusi ai mezzi pesanti uno dopo l’altro, ponti storici come quello di Paderno sbarrati a treni e auto nel giro di due ore perché ci si è accorti che stava su per miracolo, e via improvvisando.

Perché sarà sì aumentata l’attenzione su strade e ponti, ma il problema della manutenzione resta incombente. Altrimenti non si spiegherebbe come possano cadere calcinacci nel tunnel del Barro - in teoria una delle opere più vigilate del territorio – tanto da doverlo chiudere nel bel mezzo di un weekend di fine giugno.

E’ vero che viviamo in un territorio fragile e che la 36 lo è in maniera strutturale, in particolare nel tratto tra Lecco e Colico letteralmente rubato alla montagna e in balia di frane e smottamenti. E il prezzo che si paga per un’opera realizzata in condizioni difficili, e forse non nel migliore dei modi possibili (ma non ci improvviseremo ingeneri per giudicare il lavoro dei tecnici di allora).

Però, viceversa, il ponte crollato ad Annone - come quello di Isella chiuso prima che accadesse di nuovo - non avevano nulla a che fare con la natura, il territorio ostile, le montagne cedevoli. Quelli erano due blocchi di cemento armato piantati nel pezzo della Brianza lecchese. E il crollo è stato il risultato di inadempienze, errori e disattenzioni che hanno nomi e cognomi precisi. Tre anni dopo, c’è una famiglia che piange una vittima e tante persone segnate per aver visto quel giorno la morte in faccia. Aspettano ancora giustizia.


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