La dittatura della gente  e il declino dei leader

La dittatura della gente

e il declino dei leader

Venerdì mattina, durante la presentazione dell’archivio di Antonio Spallino, quello che è stato il più amato e forse il più grande sindaco di Como, abbiamo avuto la conferma di una grande verità. E cioè che la retorica dell’ “uno vale uno” e del “lo voto perché è come me” è una delle più clamorose truffe confezionate da questa penosa stagione politica.

Il sindaco, il ministro, il premier, ma in generale l’uomo di vertice, quello al quale vengono affidate responsabilità importanti in ambito aziendale, istituzionale, amministrativo, insomma, il capo, non può e non deve essere uno come gli altri. Non deve essere uguale agli altri. Deve essere migliore. Più intelligente, più colto, più saggio, più coraggioso, più tenace, di sicuro anche più cinico, spietato e feroce - perché chiunque l’abbia sperimentata sa bene che l’arte del comando è un pane duro non adatto a tutti i denti - ma informato da una visione superiore, strategica, di lunga durata. E questo, basta darsi un’occhiata in giro, non è un profilo da tutti, ma da pochi, e chi dice il contrario non sa di che parla o è solo un demagogo da fiaschetteria.

D’altra parte lo dice la parola stessa. Leader deriva dal verbo inglese “to lead” e cioè condurre, guidare, essere in testa. Ed è proprio così, infatti. Il leader guida, conduce, sta in testa agli altri, li porta, grazie alla loro fiducia, verso approdi che sfuggono ai tanti, ma non a lui. E il vero coraggio che testimonia la sua caratura è proprio quello di saper andare contro il comune sentire, l’immaginario collettivo, le facili letture dettate dall’istinto, dal mero interesse di parte, dal pulsare della panza e di sapersi affrancare da quello che la maggior parte delle persone pensa. La bontà di quella scelta si vedrà magari solo dopo anni, ma non è questo il senso ultimo della politica: vedere lontano e programmare il mondo che ci sarà tra decenni? Quanti insulti ha dovuto subire Spallino quando ha chiuso il centro alle auto? E chi è che aveva ragione, alla fine?

Ma se è questo il senso vero della politica, allora è strettamente connesso con il predominio della competenza, della capacità, del merito, della selezione, che è l’esatto contrario dell’esaltazione retorica, demagogica e stracciona della gente, della massa, del collettivo unico, informe e indistinto che spegne ogni caratteristica specifica del singolo individuo, visto come fonte di ogni male, ed esalta invece la compattezza eburnea del popolo, nel quale risiederebbe tutta la purezza, tutta la trasparenza, tutta la sapienza. E quindi, basta abbeverarsi a quella fonte teologale per capire cosa serva veramente al cittadino e regalargli così la felicità eterna e imperitura.

E infatti è in questo modo che funziona. Il leader non ha più nulla da indicare, non ha orizzonti lontani da esplorare, non ha percorsi lunghissimi da avviare, e che magari verranno portati a termine da qualcun altro dopo il suo occaso, sui quali sospingere una collettività di individui senzienti e pensanti che si fidano di lui e quindi gli si affidano. No, ora il leader fa l’esatto opposto. Si fa guidare, si fa condurre, si fa portare da un’onda che lui non ha suscitato. La rincorsa dei sondaggi, delle ricerche di mercato, degli sbalzi d’umore tutti emozionali degli elettori - deriva vecchia di trent’anni, ma che dalla disintermediazione digitale ha ricevuto l’accelerata decisiva - spinge il capo a seguire l’umore delle masse, a vellicarne gli umori, le pulsioni, le contraddizioni, gli estremismi, a lisciare il pelo al suo ventre molle, a modellarsi sugli istinti, a diventare concavo quando la massa è convessa e convesso quando è concava, a plasmarsi, a uniformarsi, a conformarsi come novello Zelig. E non è questione di destra o sinistra: è un’onda omnicomprensiva che tutto avvolge, tutto sminuzza, tutto narcotizza.

E se funziona così, allora l’orizzonte non diventa più strategico, ma meramente tattico, i cicli non sono più decennali, ma rapidissimi, mutevoli, contraddittori, quello che vale il giorno prima non vale più il giorno dopo, tutto diventa il contrario di tutto e tutto diventa materia da talk show ululante, da diretta facebook verbosa e rubizza, da balle spaziali spacciate per verità eterne, tutto degrada a ciarpame, l’analisi storica scompare dalla scena, la complessità gigantesca del governare viene macchiettizzata a operetta di regime da strapaese nella quale numeri, dati e trattati non valgono più niente.

Ma insomma, pensateci un attimo. Perché per qualsiasi nostra esigenza professionale, sanitaria, scolastica, abitativa eccetera affidiamo sempre l’incarico a uno specialista esperto e competente e invece siamo pronti a delegare il futuro del nostro paese al primo cialtrone che passa per la strada? Come mai, regolarmente e da sempre, ci ritroviamo come deputati, senatori e ministri soggetti ai quali non affideremmo neanche la pulizia del nostro garage? Perché? Che ci frulla nel cervello quando votiamo questi statisti di destra, di centro e di sinistra? Misteri.

Esiste un unico momento nel quale l’“uno vale uno” ha senso ed è anzi un principio obbligatorio. Quello della partenza dai blocchi prima della corsa. Tutti - e quando diciamo tutti, vuol dire tutti - donne, uomini, belli, brutti, ricchi, poveri, bianchi, neri, credenti, atei, terroni, polentoni, interisti, juventini eccetera devono avere le stesse opportunità. Nessuno escluso. Tutti devono avere la chance di farcela, di provarci, di combattere nello studio, nei concorsi, nelle selezioni. Anche un pezzente deve poter diventare presidente della Repubblica. Da lì in poi, però, deve vincere il più bravo, il più svelto, il più tenace. Il migliore, come dicevamo all’inizio. Non l’amico degli amici, il figlio di quello là, il protetto di quello lì, il tesserato, il cooptato, l’amante, il servo, il faccendiere, il leccapiedi. Ma visto che, invece, nella repubblica delle banane finisce troppo spesso così, forse abbiamo già risposto alla nostra domanda di partenza.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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