Italiani e il gioco

senza regole

In un celebre aforisma sul carattere dei popoli europei, Rudyard Kipling, con il sottile disprezzo ostentato dai britannici nei confronti di questo pittoresco paese, definiva così il nostro tratto antropologico: «Un italiano? Un bel tipo. Due italiani? Stanno già litigando. Tre italiani? Tre partiti politici».

Come tutti i colpi di genio, una riflessione che non ha età. Un classico. Una sentenza. Un filo rosso che accompagna e determina il nostro denominatore comune a prescindere dalle epoche storiche, dalle condizioni sociali e culturali, dal modificarsi della mentalità, del costume, del senso di appartenenza. Era così ai tempi di Guicciardini, ma anche di Romolo e Remo, ed è così pure ora. Niente di nuovo, a pensarci bene. E una manifestazione plastica di questo passato che non passa, di questo richiamo della foresta che tutto avvolge, tutto avviluppa e tutto ricaccia dentro il bunker del già visto, è il riemergere, ciclico sì, ma questa volta particolarmente insinuante, del ritorno a una legge elettorale proporzionale. È il tema del giorno. E quando, su alcune austere colonne, è sbucato nientemeno che Paolo Cirino Pomicino a plaudire con giustificata soddisfazione l’uscita dei grillini contro ogni forma di maggioritario e invocante invece un ripristino delle regole del gioco della prima Repubblica, allora abbiamo capito che anche stavolta il cerchio si è chiuso. L’eterno ritorno. Il trionfo dell’immobilità. Il marchio indelebile di un modo di essere che quello è, quello deve essere e che mai potrà essere qualcosa d’altro da quello che è. Perché è esattamente quello che siamo noi.

Ma non c’è tanto da ironizzare. Perché il ministro del Bilancio del governo Andreotti è stato un campione della politica prima di Tangentopoli e, comunque la si pensi, è un tipo intelligente – per quanto sia passata alla storia la feroce definizione di Cossiga: «Pomicino non capirebbe Keynes neppure se glielo traducessero in napoletano»… - e i grillini, per quanti pastrocchi abbiano combinato in queste ultime settimane, rappresentano comunque la cosa più nuova e interessante accaduta nella politica italiana degli ultimi anni. Anzi, in fondo, hanno ragione loro. Forse è il caso di finirla, di piantarla, di deporre le armi. Basta con questa ansia di rinnovamento che ha informato l’ultimo quarto di secolo, dai referendum di Mariotto Segni (uno che a un certo punto sembra dovesse diventare il nuovo De Gaulle e invece dopo un paio di anni era già bello e sistemato sul carrello dei bolliti) all’Italicum di Renzi (uno che a un certo punto sembrava dovesse diventare il nuovo Blair e che invece deve ringraziare il cielo ogni giorno di avere come competitor due sopracciò di nome Salvini e Di Maio). Perché è tutto inutile. Oltre che truffaldino. Perché non ci ha mai creduto nessuno, nella grande riforma anglosassone. Nemmeno chi l’ha proposta.

Quella roba lì, quel sistema che spacca la mela in due, che obbliga a scegliere, a decidere, a prendersi tute le responsabilità e, quindi, tutte le colpe, quel Talmud della serietà e dell’etica civile che prevede uno che vince e uno che perde e non invece, come da consuetudine italica, tutti che pareggiano, tanto poi ci si mette d’accordo, è incompatibile con il nostro modo di essere, con il nostro romanzo di formazione, con il nostro profilo lombrosiano. Non siamo gente da decisioni irrinunciabili, noi, da svolte totali, o di qua o di là, perché tutto il nostro mondo si basa sulla concertazione, sulla relazione, sulla condivisione, sulla normalizzazione, sull’inglobazione, sulla cooptazione. Troncare e sopire. E tutto finisce nel buco, nel guado, nella tela del ragno, nel fondo della palude, nel mezzo del muro di gomma, nel compromesso untuoso, nello scambio omertoso in virtù del quale tutte le belle parole che ammantano gli scontri belluini in Parlamento, in televisione e sui giornali (sempre in prima fila nel non capire nulla della vera natura delle cose) sottendono invece un grande, enorme, sterminato compromesso dove tutto si tiene e tutto si tratta.

Le rivoluzioni iniziano in piazza e finiscono a tavola, diceva Longanesi con spietato disincanto. Oppure manco iniziano, perché sono rivoluzioni finte. Pensateci bene. La struttura politica e sociale in questi vent’anni non è cambiata in nulla. Il proporzionalismo, con i suoi riti, i suoi tic, i suoi birignao, le sue messe cantate e le sue filiere di potere, di interdizione, di assopimento, di esasperatamente esasperata rappresentatività di tutti, ma proprio di tutti, ha continuato a vivere e prosperare anche sotto i grandi e melmosi agglomerati del centrodestra e del centrosinistra. I piccoli partiti hanno continuato a ricattare quelli grandi esattamente come un Psdi qualsiasi ai tempi della grande abbuffata (che, tra l’altro, non è mai finita), le correnti e le controcorrenti e le sante dorotee hanno proseguito indefesse e fameliche a sbafarsi posti di governo e sottogoverno, l’incisività degli esecutivi maggioritari e la loro capacità di riformare la stracotta struttura statale ed economica italiana ha continuato ad essere del tutto irrilevante, proprio come ai tempi dello stagno democentrista, eccetera eccetera eccetera.

Non c’è verso, non c’è possibilità, non c’è modo di rompere quel cordone sottilissimo che sottende tutti i governi italiani – tutti, compresi quelli prossimi venturi dei Cinque Stelle, ci potete scommettere – e che si basa sul sillogismo più spesa, più tasse, più Stato, meno mercato, meno merito, meno libertà. Non si può stravolgere la natura di una nazione con una architettura elettorale e istituzionale studiata a tavolino non sorretta da alcuna affinità elettiva e che cozza con la natura litigiosa, campanilista, menefreghista di un paese strutturalmente irriformabile e in questo lontano anni luce dai più luminosi esempi europei.

Kipling lo aveva capito benissimo: «Un inglese? Un imbecille. Due inglesi? Due imbecilli. Tre inglesi? Un popolo». Ecco. Che c’è da aggiungere?

[email protected]

@DiegoMinonzio


© RIPRODUZIONE RISERVATA