Domenica 22 Dicembre 2013

Impossibile ritorno

degli anni ottanta

Che fine ha fatto Sandy Marton? E i Righeira, i Righeira di “Vamos a la playa”, che fine hanno fatto? E Mister Fantasy con il completino bianco e i Modern Talking e il pianoforte di Gazebo e Howard Jones, che sembrava un dio con la cresta e la chitarra a tracolla? E Captain Sensible? Dove sono finiti? Dove sono finiti tutti quanti? Ossi di seppia. Bave del tempo dimenticate chissà dove. Ogni tanto i ragazzi si voltano a cercarli, ma non li trovano. I ragazzi – gli ex ragazzi, ormai, i ragazzi che gli uomini di oggi erano qualche decennio fa – ogni tanto si sorprendono in piedi in mezzo alla stanza

a pensarci, e un po’ se ne vergognano. Ma continuano a pensarci, perché in fondo è quella la giovinezza che gli è toccata in sorte e sanno di non poterne avere un’altra.

La più recente stagione della politica e della finanza ha certificato il ritorno degli anni Ottanta. Da una parte, il clamoroso successo in Borsa di Moncler, vero orgoglio per l’Italia e per la nostra terra di lago, dall’altra l’ultima pierinata di Matteo Renzi – un Veltroni 2.0 - che ha divulgato all’universo mondo la sua antipatia nei confronti dei paninari con annessi e connessi di scarpe a punta, Drive In, Spandau Ballet, Depeche Mode e “Nove settimane e mezzo”. Vasta opera sulla quale si sono innestate riflessioni particolarmente intelligenti e feroci di Filippo Facci su Libero e di Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano. E per fortuna, perché c’è il rischio che da parte di analisti meno attenti e più furbetti venga ripetuta la stessa operazione già portata a termine un quindicennio fa da Fabio Fazio – un Veltroni che ha studiato – con “Anima mia” (la ricordate?), trasmissione tanto gustosa quanto così straordinariamente superficiale da ridurre tutta la storia del costume degli anni Settanta a un teatrino di Hulk, Due Cavalli e phon dei fratelli Bundy. Non che si dovesse ancora blaterare di servizi segreti e lotta di classe, per carità, che con le mozioni d’ordine e la fantasia al potere abbiamo fatto il pieno fino al 2050, ma impacchettare un intero decennio con tre giochini, due cori e quattro macchiette è stata davvero un’operazione sciagurata. E pericolosa.

Perché, se questa è la linea, allora gli anni Ottanta diventano solo yuppies, piumini e Vanzina, l’italiano medio pizza, baffo nero e mandolino, le bolognesi quelle che ci stanno con tutti, gli immigrati tanto buoni e poi in fondo stiamo andando verso il melting pot (oppure – che è lo stesso – ladri e stupratori, che se ne tornino a casa loro), qui è tutto un magna magna, piove governo ladro, lei non sa chi sono io e via andare di questo passo con un trionfo di banalità, canottiere e strapaese.

Il vero rischio, insomma, è che quel decennio pieno di contraddizioni tanto laceranti quando feconde venga trasformato in una risibile griffe ruotante attorno alla solita tiritera su quei giovani tutti individualismo, Duran Duran, “Sotto il vestito niente”, Milano da bere, Madonna, cocaina, socialisti, tangenti, discoteche, Bocconi, lampade abbronzanti, rampantismo, Golf nera e tutto il resto che finisce con l’identificare un’intera generazione con un indistinto branco di cialtroni impresentabili al confronto dei ventenni protagonisti dei “gioiosi” anni Sessanta, dei “drammatici” anni Settanta, dei “minimalisti” anni Novanta e dei “recessionari” anni Duemila.

Ora, a parte il fatto che di cialtroni strabocca anche il più riposto sgabuzzino della commedia umana – vedere, per esempio, alla voce reduce del Sessantotto, rivoluzionario del mezzo litro e poeta metropolitano – è davvero una sciocchezza pensare che i decenni siano diversi l’uno dall’altro. I decenni sono tutti uguali. Grigi, orrendi e popolati da individui meschini e spaventosi. Eppure, in ognuno di loro è pulsato almeno per un attimo un cuore unico e, a suo modo, irripetibile ed è solo scavando lì che si può cogliere il momento che ha segnato l’adolescenza di una generazione. Che non è mai un momento storico, planetario, culturale. A noi piacerebbe che fosse così, infarcito di avvenimenti drammatici, di libri indimenticabili, di emozioni da cullare per tutta la vita. Ma così non è mai. Alla fine, sono sempre le esperienze minori, e molto spesso mediocri, che poi capisci essere state decisive.

Ecco, sarebbe bello se questo gran ritorno andasse a scavare dentro il cuore pulsante degli anni Ottanta. Un cuore incastonato tra due delle più brutte canzoni mai apparse nella storia delle musica pop occidentale: “Vamos a la playa”, anno 1983, dei Righeira, e “People from Ibiza”, anno 1984, di Sandy Marton. E non è un caso che entrambe parlino di vacanze in Spagna. Perché proprio lì, in Spagna, che lungo tutti gli anni Ottanta è stato portato a termine il più pianificato e geometrico progetto di massificazione dell’esistenza della gioventù europea. E solo chi lo ha vissuto sulla propria pelle può capirlo fino in fondo. Questo è il segreto inesplorato di quel decennio.

Il sacco delle coste italiane a partire dal secondo dopoguerra e la rapallizzazione di tanti luoghi di villeggiatura prodotta dall’espandersi della società di massa, sintetizzata con straordinaria, balzacchiana potenza narrativa da Calvino nella “Speculazione edilizia” non è nulla, davvero nulla a confronto con la cementificazione di tremila chilometri di costa avvenuta in Spagna dopo la morte di Franco. Che fra i suoi pochissimi meriti – oltre al fatto di non essere stato fascista – ha avuto almeno quello di aver preservato l’integrità del suo mare. Dopo, è successo di tutto. La Sanremo di Calvino può apparire grottesca, la Rimini di Fellini triste e malinconica, le coste del meridione fanno montare la rabbia e l’indignazione, ma uno spettacolo come quello spagnolo di quegli anni era inimmaginabile. Eppure ai ragazzi quello spettacolo piaceva. Perché era quello che volevano: il mare insulso, la spiaggia con il catrame, il profilo senza fine di mille cubi grigiastri, i combinados, le sei del mattino, la cerveza, la paella surgelata, la Patrulla Rural, le zaffate di sudore al pub, le quindici discoteche che tanto non si paga. Le ragazze. Vamos a la playa, appunto.

Loro “volevano” quelle vacanze. Tutti assieme, in branco, ma sempre pronti ad azzannarsi l’uno con l’altro. Non sapevano che farsene delle mitiche vacanze intelligenti dei loro zii e cognati e fratelli maggiori – sacco a pelo in Grecia, chitarra e falò stile Woodstock, una canna pensando a Chatwin, perché ai ragazzi non importava nulla di Chatwin e del viaggio e dei mari incontaminati e di Siddharta e delle ideologie e della Rivoluzione e di un mondo migliore e dell’antifascismo e del terrorismo e di tutte quelle altre litanie con le quali li avevano tormentati fin da bambini. Egoisti. Superficiali. Ignoranti. Infantili. Gretti. Arrivisti. Va bene, tutto vero. Ma quello era il loro giro, finalmente, e credevano che il proprio destino fosse tutto nelle loro mani, fuori dalle filiere, dalle appartenenze, dai registri dei buoni e dei cattivi e che l’individualismo e la meritocrazia e la ferocia, sì, la sana e sacrosanta ferocia sposata con un programmato conformismo che gli permettesse di arrivare prima e meglio dove si erano prefissati di arrivare, fossero diventati il motore dell’esistenza e della società. Tanti piccoli Rastignac. Ecco cosa pensavano di essere, anche se a guardarli bene oggi, forse assomigliavano più ad arruffati bru bru della bassa che a diabolici arrampicatori parigini.

Loro, la musica e la letteratura dei buoni sentimenti le avevano uccise e sepolte assieme alle loro struggenti emozioni di provincia che narrano di adolescenti inquieti e insicuri e dei loro fragili, impalpabili amori. Che gliene importava a loro, che se la tiravano da newyorkesi anche se abitavano a Vimodrone e non sapevano neppure chi fosse Tondelli, che a pensarci adesso ti si stringe il cuore a ricordare quanto fossero patetici, e chissenefrega se c’è la casa di Dalì a due passi e la visita culturale alla Sagrada Familia fattela tu che io ho una bionda per le mani e domani arriva un altro pullman di tedesche e stanotte si balla fino alle sette e dove credi di andare se sei un barbone senza una lira. Loro volevano solo divertirsi. Proprio così, “girls just want to have fun”. E solo lì, nel cementificio spagnolo, metafora di quella giungla che li aspettava fuori dopo gli studi, si poteva vivere in quel modo, non certo in un qualche Club Med da quarantenni con la pancia o sulla riviera romagnola, che trasudava anni Cinquanta solo a pensarci.

In fondo, non era altro che l’eterna, puerile rivolta di ogni generazione contro quella che l’ha preceduta e, soprattutto, contro il mondo intero. E questo è quanto di inevitabile, di toccante e, tutto sommato, di nobile, che gli resta in eredità. Ma qui c’era già anche scritta la sua sconfitta, perché è sempre con una sconfitta che si concludono le rivolte. Si affannavano a rifiutare tutto quello che c’era prima e intorno a loro pensando di vivere come avevano deciso in totale e assoluta autonomia e intanto erano già stati tutti presi, impacchettati e spediti a milioni di milioni in mostruosi mega alberghi tutto compreso con i loro rotolini di pesetas in tasca e poi infilati in gelidi locali dove avrebbero cantato “People from Ibiza” a squarciagola fino al mattino credendo di divertirsi veramente e dopo due settimane via, a casa, con la lacrimuccia sul viso e un indirizzo spiegazzato nelle tasche, che ci vediamo all’ultimo dell’anno. Come vacche al macello. Che pena. Altro che individualismo.

I ragazzi – adesso, solo adesso lo hanno capito – si sono visti sfilare davanti agli occhi la giovinezza – e la Storia – e non se ne sono neppure accorti. Ma insomma, tu che hai fatto? Che hai fatto quando avevi vent’anni? Non so… io… io andavo in discoteca… E dopo era troppo tardi. Dopo è arrivato il concerto del 4 settembre 1987 a Torino di Madonna – la più straordinaria interprete di canzonette degli ultimi trent’anni – che ha segnato l’apogeo e il trascolorare di quel decennio e che ha portato dietro di sé – fatti minori, dettagli quasi senza importanza – la crisi dei partiti, la caduta del Muro, la recessione, lo sdrucciolevole pencolare dei ragazzi verso i trenta con la vita che se li era già tritati a dovere, esattamente come aveva fatto con i ragazzi delle generazioni precedenti e come si appresta a fare ora, illusoria come un estratto di mangostano, con i figli di Twilight e Harry Potter. Altro giro, altra corsa…

Amati e odiati

Sandy Marton, i Righeira, Cyndi Lauper, Nik Kerhsaw. Dove sono finiti? Che fine hanno fatto tutti quanti? I ragazzi ogni tanto li cercano, ma non li trovano. Ogni tanto si illudono di sentirne ancora la vaga e lontana eco e poi invece si sorprendono a pensare – e un po’ si commuovono anche, e non se ne vergognano – quanto una volta li avessero amati (o forse odiati) e quanto gli fossero sembrati importanti e fondamentali e indispensabili e come invece poi loro, piano piano, uno dopo l’altro, siano tutti spariti, in silenzio, come spettri al canto del gallo.

[email protected]

Diego Minonzio

© riproduzione riservata