Il vinto cade
e l’inetto trionfa

Fra le tante schifezze che albergano nell’inconscio più insondabile di noi esseri umani, la peggiore è di certo la ferocia con la quale infieriamo sugli sconfitti. È lì, nel momento della caduta degli altri, che diamo sempre il peggio di noi. Il massimo della meschinità. L’abisso del livore. Il trionfo della grettezza, dell’abiezione, della vigliaccheria. Ma è anche con questa poltiglia che ci ha modellato il buon Dio e se così ha deciso, evidentemente avrà avuto le sue ragioni.

Qualche giorno fa, durante la semifinale di andata di Champions League tra Barcellona e Bayern Monaco è accaduto un piccolo evento sportivo che vale più di un trattato di psicologia, di filosofia o di antropologia culturale e che è stato mirabilmente colto da Michele Serra – che quando non si fa imbrigliare dalle ragnatele del moralismo resta ancora il fuoriclasse dei giornalisti di costume – in un acutissimo corsivo su “Repubblica”. A una manciata di minuti dalla fine, con i blaugrana già in vantaggio grazie a un suo gol, Leo Messi entra in area, affronta il forte difensore Jerome Boateng in un “uno contro uno” da vivi o muori e lo dribbla con una velocità, un cambio di direzione, una finta di tale perfezione da farlo cadere per terra, appena prima di depositare in rete con un pallonetto da urlo. Delirio. Un gol da cineteca, da storia del calcio, da Dio del pallone, da giocatore forse più forte di sempre. Il dibattito è aperto.

Bene, è passato un nanosecondo e sul web planetario – il vero truogolo della frustrazione piccoloborghese postmoderna – è partito il Barnum. Ma non per osannare questo titano, forse anche migliore del Divino Scorfano (Maradona, secondo la poetica calcistico-gaddiana di Gianni Brera), quanto invece per insultare e sghignazzare e sganasciarsi sulla figuraccia dell’incolpevole giocatore tedesco. Ogni tweet, un trionfo. Ogni post, un esercizio circense. Ogni fotomontaggio, un avanspettacolo felliniano. Boateng che cade dentro una piscina, Boateng che ruzzola in un crepaccio, Boateng che pende come la torre di Pisa, Boateng su uno scivolo dei giardinetti ma anche su quello dell’Aquafan, Boateng atterrato da un wrestler, Boateng colpito dal cecchino di “American Sniper”, Boateng con le gambe annodate da contorsionista, Boateng birillo ruzzolante del bowling, scusa Boateng, hai mica visto passare Messi? E giù risate e sbellicate e spanciate e scompisciate e lazzi e frizzi e schiaffi del soldato e piroette e barzellette e caricature e fotoshoppate e tutto il resto delle delizie di cui il meraviglioso mondo della rete ha ormai riempito le nostre rugiadose serate da verdognoli e patetici falliti.

Ora, è noto che in Italia non esista alcun senso della sportività, alcuno spazio per la cultura del sano confronto agonistico. È sufficiente dare un’occhiata a quello che combinano i genitori quando vanno a vedere i loro figli il sabato pomeriggio in un qualche campionato provinciale per farsene un’idea. Oppure basta ricordare che ci sono in giro certi personaggi che ululano contro Berlusconi perché osa continuare a far politica nonostante sia stato condannato in Cassazione, ma se provi a ricordargli che la Juventus, per le stesse ragioni, ha vinto solo 31 scudetti ti inseguono con il machete, così come non trovi nemmeno un interista su sei milioni – manco a pagarlo - che ti dica che il passaporto di Recoba era una roba da galera per lui e per tutti i dirigenti nerazzurri. Italiani pittoreschi…

Ma qui, come scrive splendidamente Serra, la cosa è più profonda. Qui c’è in ballo l’incapacità del mediocre che alberga in noi, e che appena può prende spazio e determina le nostre azioni, di ammettere l’esistenza del talento, del predestinato, della perfezione. Perché ci rode l’invidia, ci usura la frustrazione, ci perseguita l’angustia della nostra pochezza e così non siamo capaci di vedere il bello assoluto di quel dribbling futurista, ma cerchiamo solo il modo di esorcizzarlo, di sminuirlo, di ridimensionarlo, di ridurlo a prosa. Ed è per questo che insultiamo il difensore tedesco. Perché non è Messi che è un genio, ma Boateng che è un brocco, un chiodo, una pippa, una sega, un poveraccio, un dilettante, un fallito. Come noi.

In questo modo, la nobiltà assoluta dello sport – uno dei pochi maestri di vita che riassumono dentro un gesto tutta la scala delle emozioni e dei valori dell’esistenza – diventa ignobile, pattume, ciarpame da buttare dentro il secchio. E invece non esiste vincitore senza sconfitto, questa è la verità. Là dove uno trionfa, uno soccombe. Lì dove uno iscrive il proprio nome nel libro della storia, l’altro ne viene scalzato. Queste coppie vanno insieme per sempre, come Paolo e Francesca trascinati dal vento nel cerchio dei lussuriosi, e lì sta la dignità altissima, commovente, letteraria di entrambi. Solo un cretino riderebbe dell’Olanda – la più grande squadra del dopoguerra – sconfitta per due volte in finale ai Mondiali, di Benvenuti massacrato da Monzon o di Fignon che perde il Tour de France per otto secondi.

E non è certo colpa dei tempi moderni bui e tempestosi. Non si può chiederne conto a Twitter, Facebook e gli altri social media, che non sono altro che strumenti potentissimi di moltiplicazione di quello che noi siamo da tremila anni. Nulla cambia mai. Siamo sempre noi. Guardiamoci dentro un attimo e cerchiamo di capire perché siamo sempre in attesa della caduta di chi ci prova, di chi scommette, di chi ha coraggio e di chi magari ce la fa. Per arrivare in una semifinale di Champions, anche se per farsi scartare come un bambino da Messi, bisogna essere forti e bravi e capaci e, soprattutto, aver avuto l’audacia di giocare la partita. Ettore, quando va a sfidare Achille, sa di andare incontro alla morte e infatti il suo corpo verrà legato a un carro e trascinato nella polvere per nove giorni. Eppure combatte lo stesso, da magnifico eroe sfortunato. È per questo che il suo nome è passato alla storia. Provate un po’ a riderne, se vi riesce.


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