Il terremoto e chi vuole

soltanto fare del bene

Si fa presto a dire solidarietà. E si fa presto a farsi travolgere dall’onda emotiva che sgorga da tragedie come quelle del terremoto. E tutti pronti a commuoversi, a disperarsi, a indignarsi, tutti pronti a contribuire in qualche modo per alleviare le sofferenze di chi ha perso tutto. È bello, davvero. Anche perché funziona sempre così. Professionisti. Volontari. Raccolta fondi. Raccolta vestiti. Raccolta cibo. Donazioni di sangue. Sottoscrizioni. Appelli. Mecenati. Anime belle. Testimonial celebri che mettono all’asta questo o quel cimelio.

Tutto fa brodo pur di mettere assieme un gruzzolo che finanzi i soccorsi e la ricostruzione.

Poi, però, passata la scossa dell’emozione, che proprio per la sua purezza e la sua generosità rischia di essere anche ingenua, oltre che superficiale, dalle macerie delle case e dal groviglio dei nostri buoni sentimenti, riaffiora il principio di realtà. Ed è in quel momento - grigio e indifferente - che inizia la tragedia vera. Altro che il terremoto. È il moloch melmoso che tutto blocca, tutto frena, tutto tritura, tutto insabbia il vero demone della faccenda

Noi de “La Provincia”, qualche anno fa, l’abbiamo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire cercare di fare qualcosa di utile per i terremotati in un paese come questo. Chi scrive non c’era - faceva ancora danni a Milano - ma nell’aprile del 2009, appena scoperta l’entità sconvolgente del sisma dell’Aquila, il giornale, sulla scorta di una tradizione fortunata e nobilissima lanciata ai tempi del terremoto del Friuli dal mitico direttore Gianni De Simoni, ha ideato la raccolta fondi “Salvadanaio per l’Abruzzo”, che ha poi portato alla realizzazione del centro multimediale di Poggio Picenze, un paesino abruzzese devastato dalla catastrofe.

Pensateci bene. L’idea è dell’aprile 2009, l’inaugurazione del settembre 2015. Sei anni. Sei anni di inferno burocratico, ben ricordato venerdì scorso su queste pagine dall’ex direttore de “La Provincia”, Giorgio Gandola, che ha ideato e gestito tutta l’operazione. Un’esperienza allucinante.

Da una parte la meraviglia e la commozione nel vedere le persone - nonne e nipotini in gran numero - in fila davanti alla sede del giornale per versare anche solo dieci euro oltre all’elenco sterminato di sottoscrittori che da ogni parte del nostro territorio, dal Comasco, dal Lecchese, dalla Valtellina e dalla Valchiavenna ha donato soldi, tanti o pochi, per finanziare il progetto, che in poco tempo ha raggiunto la cifra record di 180mila euro. Dall’altra, però, la tenaglia spietata della burocrazia, il vero simbolo della nostra malmostosa repubblica delle banane. Appalti, controappalti, controlli, controcontrolli, ricorsi, controricorsi, veti, controveti, ceralacche, Azzeccagarbugli, latinorum, norme decadute, norme assurde, norme incomprensibili, il dottore è fuori stanza, capetti forforosi, prosseneti, furbetti del quartierino, dottor Tentenna. Tutto, ma davvero di tutto, si è frapposto tra la semplice volontà di costruire un centro di aggregazione popolare e civica in un paese che aveva perso tutto, compreso un luogo di ritrovo comunitario, e la possibilità di farlo bene e in poco tempo.

Evitiamo i dettagli penosi, i momenti di sconforto e la coscienza di vivere in un mondo separato, in un castello kafkiano dove esiste una porta di ingresso, ma non una di uscita che, in un pomeriggio di particolare avvilimento, ha spinto Giorgio Gandola a dire: «Un giorno scriverò un libro su questa vicenda e lo intitolerò “Volevo solo fare del bene”» (e noi speriamo che prima poi trovi il tempo e l’ispirazione di scriverlo per davvero). Una grande lezione. Una grande tristezza. Una grande pedagogia. Anche se alla fine, dopo sei anni di fatica, il progetto, peraltro magnifico e funzionale, è diventato realtà.

Perché vi raccontiamo questa storia? Per farvi capire che, paradossalmente, la vera tragedia non è il terremoto con le sue vittime e le sue comunità distrutte. Quello è “solo” un evento. La vera tragedia è vivere in uno Stato occhiuto, ottuso, borbonico e cialtrone che, a parte tutti gli altri guai che combina tra mancata prevenzione pre-tragedia, melassa retorica e proclami roboanti infra-tragedia e sciacallismo ricostruttivo post-tragedia, impedisce agli italiani migliori di aiutare i propri fratelli. Non te lo fanno fare. Ti imbrigliano. Ti bloccano. Ti soffocano nel loro muro di gomma. Ti usurano facendoti girare a vuoto. Ti spingono a rassegnarti, a rinunciare, a mollare. Altro che discorsoni in Parlamento e funerali di Stato.

Ed è proprio questo ciò che almeno stavolta vogliamo evitare. Anche noi, appena passata l’emergenza, perché a muoversi adesso si fa solo confusione, organizzeremo qualcosa di utile per i terremotati del centro Italia, ma stando attentissimi a tenerci ben distanti dalle tagliole dell’ente pubblico e studiando il modo migliore per far arrivare il nostro - il vostro - aiuto in maniera diretta e rapida a chi ne ha veramente bisogno. Vi terremo aggiornati, ma già certi della vostra risposta. Perché i lettori de “La Provincia” sono speciali anche in questo.

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@Diegominonzio


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