Il fascismo è morto,

ditelo ai politici

Quando uno scienziato di Forza Italia, nel pieno del dibattito sulla nuova legge elettorale, ha paragonato Renzi a Mussolini, abbiamo capito che pure questa volta il classico drammone all’italiana era destinato a scivolare inesorabilmente nel grottesco.

Anche perché è riuscito nell’impresa ciclopica di far fare la figura dello statista a Ignazio la Russa che, da mussoliniano vero, mentre nell’aula si scatenava il caos, si è inalberato, ha respinto indignato il parallelo, ha ricordato che il duce è pur sempre il duce e che nessuno si deve permettere di mischiare la

tragedia con la farsa. Tutto vero.

Ma se questo è lo stato dell’arte nel centrodestra, che ormai lambisce la dimensione della barzelletta, anche dagli altri versanti dell’emiciclo è stato un trionfo di evocazioni benitiane degne degli anni d’oro del dopoguerra. E minacce totalitarie di qua e svolta autoritaria di là e caudilli maleducati di giù e aule sorde e grigie invase da manipoli bivaccanti di su e tutto un fascista a questo, a quello e pure a quell’altro. Ora, corrisponde a verità che un nanosecondo dopo che la Boschi ha annunciato la decisione del governo di mettere la fiducia sull’Italicum, i migliori rappresentanti della nostra democrazia hanno commentato con il consueto stile, tra un “vaffan” rivolto alla ministra piuttosto che un “cogl” al capogruppo del Pd, senza dimenticare un “infami”, un “fate schifo” e pure un “maiali” dedicati al tavolo della presidenza. Ma, diciamoci la verità, vuoi mettere quanto riempia la bocca di significati reconditi la parola magica “fascista”? E questo nonostante il fatto che almeno il sessanta per cento del Parlamento - depositario del più basso livello culturale della storia repubblicana e straboccante di ragazzotti di ignoranza clamorosa - non ne conosca l’etimologia, la genesi e il significato.

Ma la cosa è meno sciocca di quel che sembri. Questo riflesso condizionato fa parte della nostra storia. Quel termine è diventato un passepartout, un bargiglio accecante che ha la funzione di delegittimare a prescindere l’interlocutore, di mettere fuori gioco la sua proposta e di renderlo estraneo al consesso nobile, incompatibile con l’arco costituzionale. E non è un caso, infatti, che sia stato usato e abusato nei confronti di tutti quelli che hanno rappresentato - nel bene e nel male - una rottura dello schema dell’immobilismo paludesco della politica italiana, pensiamo solo a Craxi, Bossi o Berlusconi. Che potevano e dovevano essere avversati, criticati e fatti a pezzi per mille motivi, ma non certo per quello. L’incomprensione della novità di quei fenomeni, l’incapacità di combatterli posizionandosi sulla stessa linea d’onda, di essere adeguati, moderni ha sempre prodotto reazioni moralistiche e demagogiche - gli onesti, gli antropologicamente superiori, le vestali della questione morale - che si basavano su una immarcescibile pietra d’angolo. Quelli lì sono i nuovi fascisti che vogliono creare un regime autoritario in Italia. Tutto vero pure questo.

Ma la verità è molto più semplice. E parte da un dato di fatto tanto evidente quanto sistematicamente insabbiato. Il fascismo è morto il 25 aprile 1945, attaccato su per i piedi pure lui a piazzale Loreto. Lì il fascismo è finito. Finito. Fi-ni-to. Era nato sull’onda della crisi devastante prodotta dalla grande guerra, imperniandosi su condizioni storiche, sociali ed economiche uniche e non più riproducibili. Chiuso quel contesto, chiusa quell’esperienza. Per sempre. Da lì in avanti si è aperta un’altra era con problemi di altro genere e scontri sociali e politici di altra natura, spesso gravissimi, sanguinosi e terribili, ma che nulla avevano a che vedere con le camicie nere, i salti nel cerchio di fuoco e i patetici reduci di Salò, adatti solo a fare le macchiette in qualche film di Monicelli. Lo spettro del fascismo è stato sventolato per decenni - e qualche brandello ce lo dobbiamo sorbire pure ora - solo come arma di ricatto politico. Se il fascismo è una minaccia permanente allora l’antifascismo è un dovere permanente e quindi chi si è appropriato del verbo dell’antifascismo è l’unico autorizzato a parlare di democrazia e di libertà. Tutti gli altri, dentro la fogna. Quindi tutto ciò che cambia i giochi è fascismo e così l’altro giorno gli strateghi di destra e sinistra, mentre si davano dei fascisti gli uni con gli altri, nel frattempo sono riusciti a dare dei fascisti pure ai grillini, che sono tutto fuorché fascisti e che però non hanno mancato di dare dei fascisti agli altri due e pure ai leghisti e all’Udc ed era tutto un tal volteggiare di improperi che a un certo punto un deputato dell’Union Valdotaine ha iniziato a domandarsi perché mai fosse così insignificante da non meritarsi un “fascista” pure lui. Mancava solo Ugo Tognazzi scortato dal colonnello Automatikos…

Poi, finito l’avanspettacolo, c’è il duro principio di realtà, che dice una cosa sola: Renzi è un leader che fa il leader, che decide, sbagliando spesso e cacciando palle mostruose, ma che decide. Dall’altra parte, sia nella sua minoranza sia nelle forze di centrodestra, c’è il nulla, una retorica patetica sulla svolta autoritaria, un dibattito fuori dal contesto reale, una profezia sull’avvento del fasciorenzismo con il quale il povero Brunetta non ha mancato di coprirsi pure stavolta di ridicolo. Siamo nel Tremila e in Parlamento c’è ancora gente che parla del duce, capito come siamo messi?

E mentre questo è il livello del dibattito, fuori la realtà effettuale va avanti per la sua strada. Ma non dubitate. Arriverà di certo qualche premio Nobel a dire che le devastazioni compiute dai black bloc nel centro di Milano - ben documentate da tivù, radio e social media: mancavamo solo noi cervelloni della carta stampata, troppo impegnati con la grigliata del primo maggio - sono il segno di un nuovo fascismo che sta esplodendo e che solo le mitiche Brigate Garibaldi potranno contrastare. Va bene. Andiamo avanti così. Facciamoci del male.

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@DiegoMinonzio


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