Il capitano e la capitana    Una medaglia a due facce

Il capitano e la capitana

Una medaglia a due facce

Ci sono quelli del “Forza Capitano”, con tutti i loro vessilli, le loro trombette e i loro tromboni e poi ci sono quelli del “Forza Capitana”, con tutti i loro vessilli, le loro trombette e i loro tromboni. E ci raccontano, a noi con l’anello al naso, lo scontro tra due Italie ferocemente nemiche, inconciliabili e contrapposte: da una parte quella sovranista, populista e cattivista, dall’altra quella europeista, riformista e buonista. Ma non è così. Queste sono solo le due facce della stessa Italia atavica e immortale: l’Italia cialtronista.

La sfida titanica tra Matteo Salvini e Carola Rackete è l’ennesima dimostrazione di come in questo paese le cose non riescano mai ad assumere una dimensione tragica e quanto invece siano destinate a trascolorare inesorabilmente nel grottesco. Tanto per capirci, la deificazione della capitana tedesca come aruspice di superiori leggi morali fa ridere i polli, visto che la signora in questione nella sua traversata ha violato innumerevoli norme nazionali e internazionali. Ogni Stato sovrano ha il diritto sacrosanto di controllare i propri confini, tanto è vero che non ne esiste uno al mondo - tranne il nostro - che fa entrare chi vuole. E allo stesso modo non esiste che si debba accogliere uno straniero solo perché in stato di bisogno. Questa è una lettura da ragazzini invasati, da romanticismi da oratorio, da velleità cattocomuniste che tanfano terzomondismo e demagogia da tutti i pori.

Contestualmente, sono fuori luogo le sparate da bullo di Salvini, che usa un linguaggio da Leoncavallo piuttosto che da ministro e che se pensa di risolvere una questione gigantesca come questa con i “mi sono rotto le palle”, “deve andare in galera” e “quella lì è il capo dei pirati” si sbaglia di grosso, visto che, tra l’altro, mentre lui fa lo Spezzaferro in diretta Facebook, i migranti continuano a sbarcare a decine financo a Lampedusa, alla faccia sua e dei porti chiusi. Quando questi disperati arrivano in Libia - non in Italia, in Libia! - è già troppo tardi. Bisogna agire prima nei paesi di partenza e di transito, poi prevedere un percorso legale per far arrivare in Europa gli immigrati che ci servono e infine rimandare indietro quelli approdati in Italia senza averne diritto. Tutte cose che il governo, naturalmente, non sta facendo. Così come non sta presidiando i tavoli internazionali dove si decidono questi dossier. Facile fare il fenomeno con una ragazzotta con i capelli da rasta: perché non lo fa anche con i ministri degli Stati europei?

La verità è sempre la solita. E cioè che qui non importa niente a nessuno dei 42 straccioni sulla barca: questi sono lo strumento di una cinica, spregiudicata e spudorata partita tutta politica che pensa solo alle prossime elezioni e non vede un centimetro al di là del proprio naso da Pinocchio. La verità vera è che al netto dell’enorme speculazione partitica, della tifoseria di larga parte dei media e dell’isteria collettiva di noi italioti di destra e di sinistra, la questione della Sea Watch - umanamente drammatica e gestita in modo vergognoso - è del tutto marginale. Una questione risibile. Ridicola. Inesistente.

Il vero problema, quello sì devastante e mortale per il nostro futuro, non è quello dell’immigrazione in Italia, ma quello dell’emigrazione dall’Italia. Mentre i nostri statisti si accapigliano sull’irrisoria cifra di tremila migranti sbarcati nel 2019, negli ultimi cinque anni 250mila italiani sono andati all’estero e il 70% di questi sono laureati. La tendenza è progressiva: sempre più italiani espatriano, sempre più giovani e sempre più istruiti. E sempre più dal sud, naturalmente. È questa la migrazione biblica, questa l’invasione all’incontrario, altro che quella dei 42 poveracci propagandata dall’Istituto Luce. Questo è l’incubo dei prossimi vent’anni e sul quale la politica - tutta! - dorme sonni profondissimi da tempi immemori. Istruiamo i ragazzi, li formiamo, investiamo un sacco di soldi per poi regalarli agli altri spingendo così il nostro sistema produttivo a prediligere sempre di più il lavoro poco qualificato, a basso tasso di istruzione e facilmente intercambiabile. Bene, quando un paese entra in questa fase, significa che quel paese è un paese finito. Vuol dire che si è autoinchiodato a un arretramento tecnologico e produttivo figlio di catastrofiche riforme scolastiche e universitarie, a tagli demenziali sulla formazione, la ricerca e l’innovazione. Sempre meno laureati, sempre meno dottorati, sempre più competizione a bassi livelli - 70mila laureati a contendersi un ignobile posto da navigator: ma vi rendete conto? - per chi decide di restare qui.

Ma noi no. Noi intelligentoni di sinistra tutti lì a catoneggiare e declamare e moraleggiare e trombonare sull’umanitarismo e le frontiere aperte e i principi etici inscalfibili come diaspro e il dovere dell’accoglienza indiscriminata e le Grete e le Carole e le Boldrine e tutte le altre papesse del mondialismo e i nostri circensi allarmi sul fascismo e il razzismo e il nazismo e i professoroni e le terrazze e i girotondi e tutto il resto della più vieta retorica cialtrona di questa sinistra felliniana. E tutti noi cervelloni di destra e prima gli italiani e Carola chiudetela in una stanza con tre Mandingo e portateveli a casa vostra e ciapa su el camel e turnet a ca’ e i nostri intellettuali da osteria e noi ai mangiarane gli facciamo un mazzo così e noi gli olandesi li prendiamo a pedate nel culo e Draghi è un povero pirla che glieli diamo noi i minibot e tutto il resto della più vieta retorica cialtrona di questa destra felliniana.

E noi? Noi esseri umani forse ancora per poco pensanti e senzienti, per quanto vogliamo sorbirceli ancora questi qui? Perché ce ne stiamo zitti? Perché continuiamo a subire la vecchia Italia sclerotica, demagogica e lucignola che non risolve mai un problema, ma lo agita e basta mentre distribuisce prebende e clientele a destra e a manca? Forse è arrivato il momento di essere coraggiosi.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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