I poteri forti  e il potere alla gente

I poteri forti

e il potere alla gente

Di fronte alla sacrosanta protesta delle categorie a Torino che precede quella milanese di Confartigianato, per rivendicate robuste correzioni alla manovra e realizzazioni della Tav e delle altre infrastrutture fondamentali per il Nord (ci permettiamo di inserire nella hit parade anche la variante della Tremezzina e il secondo lotto della Tangenziale di Como) viene in mente una famosa massima attribuita a Stalin nel suo conflitto con la chiesa cattolica: “Quante divisioni ha il Papa?”. Mutuata nel contesto italiano dei nostri tempi la formulazione diventa “Quanto ancora contano le categorie produttive?” Quello che è stato giustamente chiamato il “partito del Pil” ha visto negli ultimi tempi materializzarsi un corto circuito con la politica e, soprattutto con alcuni blocchi sociali del Paese. Una volta, infatti, per concordare l’agenda del governo bastava che l’Avvocato (con la maiuscol, of course) Agnelli si recasse in elicottero a Roma (prima il Cavalier Valletta usava il treno) ed era finita lì. Poi Carlo Azeglio Ciampi aveva introdotto la concertazione che il nuovo governo sembra aver mandato definitivamente in soffitta: insomma le parti in un modo o nell’altro dialogavano direttamente. Adesso, al di là di una diversità di vedute che raramente c’era stata nella storia del nostro Paese, si battibecca a distanza a colpi di social e manifestazioni. Ma soprattutto sembra cambiato il ruolo centrale delle categorie economiche e sociali nella formazione del consenso.

È chiaro che l’attuale coalizione alla guida dell’Italia, specie per quanto riguarda i 5Stelle se non in minima parte, non è espressione del mondo produttivo. Certo, al Nord la Lega ha raccolto molto, ma sono stati soprattutto Forza Italia e Pd a beneficiare in misura maggiore degli appoggi del “partito del Pil”. E si è visto com’andata. Analogo discorso può essere adattato ad alcune elezioni locali, in cui hanno prevalso candidati non sostenuti dalle categorie. È un mondo che è cambiato. Forse, davvero, questa volta sta contando la “gente” come affermano gonfiando il torace, i pentastellati. I risultati di questo processo sociale sono sotto gli occhi di tutti e la tormentata retromarcia sulla manovra, unita alle oscillazioni pericolose dello spread, inducono ad alcuni riflessioni improntate alla cautela sulla “gente” al potere.

Chiaro che questa è una situazione, figlia degli effetti, sottovalutati, della globalizzazione e della lunga crisi economica che proprio per la sua durata, ha terremotato gli assetti politico-sociali quasi come era successo dopo la caduta del Muro di Berlino.

La storia ci insegna che la “gente” nei momenti di difficoltà tende a cercare soluzioni nuove, stabili e ritenute “forti”. La deriva autoritaria che presero gran parte degli Stati europei dopo la lunga recessione del primo dopoguerra è stata surrogata oggi dal rifugio nel sovranismo o nella protesta come accade in Francia con i “gilet” gialli. Le categorie, come tanti osservatori, hanno fatto fatica a cogliere le trasformazioni in atto in una società che sembra andare più veloce di loro. E la politica vincente si è sentita libera dai condizionamenti dei cosiddetti poteri forti e ha preferito, il discorso riguarda ancora in prevalenza i 5Stelle, accarezzare la pancia del Paese, semi vuota e gorgogliante di rabbia. Un atteggiamento che, stando ai sondaggi, continua a essere premiante, pur in un quadro nazionale che in termini di voti segnala differenze importanti e significative.

La Lega di Salvini, in apparenza fa finta di ignorare la politica anti infrastrutture e contro il “partito del Pil” degli alleati. In realtà si sta preparando al dopo. Un dopo che arriverà presto, al massimo dopo le elezioni europee, ma forse anche prima. Ma cosa accadrà? Sul versante politico si profila un cambio di governo con gli altri partiti di centrodestra più, i soliti “responsabili” che spuntano in queste occasioni, pronti a sostenere un nuovo governo a guida Salvini, più che mai l’uomo della provvidenza, ovviamente il senso laico. Ma poi come si rapporterà l’eventuale nuovo team nei confronti delle imprese? Il know how delle forze politiche che lo comporrebbero porterebbe al dialogo ma resta sempre il problema della “gente”. Si avrà il coraggio di mettere la parte la “pancia” per usare la “testa”? Perché il capitalismo sarà ed è quello che è stato. Ma la salute delle imprese priva, piccola media o grande che sia, rappresenta ancora la condizione, pur se non unica, per poter garantire occupazione, crescita e benessere. A sovvertire questo principio ci hanno provato in tanti anche prima che Lenin e Trockij piantassero le bandiere rosse sul Palazzo d’Inverno. Ma nessuno ci è riuscito. Figuriamoci Giggino Di Maio.


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