I politici che non  conoscono il passato

I politici che non

conoscono il passato

I politici della nuova generazione sono un po’ tutti uguali. Non hanno studiato, non hanno mai lavorato, non hanno mai gestito neppure un bar, non hanno alcuna esperienza internazionale, se non quella di aver fatto il militare a Cuneo. Non sanno niente e parlano di tutto. Parlano di tutto e non sanno niente. Non che i loro predecessori fossero tanto meglio, per carità, ma almeno le scuole dell’obbligo e una dura pratica dal consiglio comunale fino al Parlamento dovevano farle. Ora, non più. Ora il primo che passa diventa onorevole. O ministro, addirittura.

Quindi si sbaglia a prendersela sempre con Salvini, perché la sua strategia comunicativa, al netto dei toni e dei paroloni, non è poi così differente da quella di un Renzi, tanto per citarne uno che non riesce proprio mai a starsene zitto, o della Meloni o di Zingaretti. In fondo, diciamoci la verità, tutti epigoni di Berlusconi, il grande maestro della rottura dei vecchi schemi della politica politicata, che però, piaccia o non piaccia, nella sua vita ha dimostrato a sufficienza di essere comunque un fuoriclasse della strategia comunicativa e al cui confronto questi sembrano davvero dei nani.

Uno degli esempi più lampanti del livello imbarazzante della politica è la polemica esplosa dopo l’ultima dichiarazione di Salvini, che in occasione dell’apertura della sede romana della Lega a pochi metri da quella del Bottegone, mitologica sede del fu Pci, ha dichiarato che i valori di quella sinistra incarnata da Berlinguer, del lavoro, degli operai, degli insegnanti e degli artigiani, sono stati raccolti dal Carroccio. Ora, in un paese normale e in un sistema mediatico che si occupa delle notizie vere - che non mancano mai, che interessano alla gente e che, quindi, non interessano ai giornali - avrebbe rifilato questa panzana tra le brevi alle quali dedicare al massimo dieci righe, magari ricordando come tutti i cosiddetti statisti della cosiddetta terza Repubblica si approprino a rotazione dell’eredità spirituale di chi fa comodo in quel momento secondo le analisi dei loro uffici marketing, dei loro sondaggisti di regime e di altri cervelloni che gli dettano la linea, con i fulgidi risultati che vediamo ormai da un ventennio. E quindi, oggi Berlinguer così come ieri (o domani) Che Guevara, Maria Goretti, Benedetto Croce, Van Basten, Muccioli, Bono Vox, Trotskij, Cracco, Burioni, Anassagora, Anassimandro e Anassimene, Truman, Jovanotti, Fidel Castro, Favino, Fedez&Ferragni, il marito traditore di Belen, Papa Ratzinger, Moretti (Nanni o Mario o Mauro), Walt Disney e tutti quelli che vi passano per la testa. Tanto va tutto bene.

E invece, apriti cielo. Titoli, titoloni, pensosi editoriali (tipo questo) sui pessimi tempi che corrono, alti lai, sdegnati sdegni ricolmi di sdegni sdegnosi, partigiani che maledicono, nostalgici della falce&martello che inveiscono, intellettuali da terrazza che si indignano, registi sovvenzionati e vincitori dello Strega che profetizzano e tutto il circo, il solito circo, il solito circo all’italiana, che la butta sempre in caciara, monta un bel polverone per qualche giorno in attesa di passare alla prossima polemicuzza estiva mentre andiamo avanti a farci i comodacci nostri.

In quella sparata c’è un dato di realtà - i voti che una volta erano di sinistra non vanno più a sinistra - che però è anche un dato vecchio come il cucco, che risale agli anni Novanta, basti pensare a quanti consensi delle classi popolari hanno intercettato Bossi e Berlusconi. Quindi nessuna novità. Solo gli ottusi politici di sinistra potevano cascare mani e piedi in un tranello tanto infantile. La cosa che è sfuggita a quasi tutti, invece, è che il leader leghista, che se la tira tanto da alternativo e controcorrente rispetto alla casta del pensiero unico progressista, ha invece fatto proprio il più classico e più conformista e più tartufesco dei luoghi comuni degli ultimi trent’anni. E cioè che Berlinguer fosse, oltre che un santo, un fuoriclasse di cui si sente tanto la mancanza e dopo il quale nulla è stato più come prima. E invece non è vero. Berlinguer non è stato di certo un santo - e chi lo è ? - anche perché il Pci venne finanziato per decenni da una potenza straniera alla quale era legato a doppio filo - ma qui nessuno scandalo, era una cosa logica all’interno del contesto storico - ma soprattutto perché non è stato di certo uno statista.

Qualcuno ricorda una svolta epocale impressa alla politica italiana? Una visione profetica? Una radicale riforma dell’identità della sinistra? Al netto dell’essere una persona seria e perbene, che non è poco, ma che politicamente non significa nulla, non ha mai capito la modernità che pulsava sotto la cenere degli anni Settanta, è come se non fosse mai uscito da quel decennio, con le sue tragedie e il suo fardello ideologico, non ha mai capito la società che cambiava, i totem che crollavano, il vomere del mercato che scavava e così, in chiara carenza di ossigeno interpretativo della realtà, è andato a rifugiarsi nella tagliola della questione morale e del moralismo, nel mito della superiorità antropologica dei suoi rispetto agli altri, abbandonando la ferrea scienza di Marx per l’infida cultura del sospetto, causa di infiniti disastri e della morte della politica, scegliendo il comodo ruolo del bene contro il male, degli onesti contro i ladri e quindi, alla fine, con l’occuparsi sempre di più dei moralisti un tanto al chilo e sempre meno degli operai, dei lavoratori, della gente comune. E perdendone così i voti.

Quello che aveva capito tutto lì dentro, anche se a tanti spiacerà sentirselo dire, era Craxi, l’unico vero statista che ha avuto l’Italia prima del tracollo che ci ha portato fino a qui. E il fatto che fosse anche un bandito e un corrotto e un insopportabile arrogante non cambia di una virgola il fatto che lui aveva visto il futuro, mentre Berlinguer si era rinchiuso nel passato. Se Salvini avesse studi e coraggio lo avrebbe detto, ma invece pure lui, come tutti i furbi, è uno di quelli che preferisce sventolare i santini.


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